Nove persone, quattro uomini e cinque donne, rigorosamente separati, che abitavano in due distinti appartamenti privati, sono stati costretti da un’ordinanza del Giudice di Sassari ad abbandonare le loro abitazioni e andare ad abitare in strutture sanitarie regolarmente autorizzate e in possesso dei requisiti di legge ( note  come comunità alloggio o  appartamenti protetti) . 

Questi cittadini, alcuni dei quali inseriti in percorsi regolari d’inclusione sociale, con presenze professionali adeguate, avevano stipulato regolare  contratto d’affitto, in ognuno degli appartamenti, intestato ad uno dei coinquilini. La Procura di Sassari  ha ordinato, con proprio atto, che, in quanto persone con sofferenza mentale dovevano stare (la terminologia è nostra!) là dove sono sempre stati i “matti” cioè nei manicomi, indipendentemente dalla denominazione che oggi assumono o dalla loro dimensione.

Da alcun settimane sui  siti e sui blog che si occupano di diritti e di salute mentale circola questa notizia, che si arricchisce ogni giorni di particolari inquietanti che riguardano sia le modalità d’intervento, ma – e questo ci colpisce parlando spesso su PLV di uguaglianza, rispetto della dignità e dei diritti della persona- per la filosofia, se così si può chiamare, che  sta alle spalle.

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Si è costituito un comitato “ A casa mia”che si mobilita Per il diritto all’abitare. Per servizi di salute mentale che valorizzino la dignità e le risorse personali degli utenti Per politiche sanitarie e sociali che sostengano la vita autonoma delle persone sofferenti, anziane, disabili

Come si dice in questi casi, per correttezza e senso delle istituzioni, lasciamo che la Magistratura completi il proprio corso.

Si prova però un malessere, quasi fisico, nel pensare a persone che, già alla ricerca faticosa di un equilibrio psicologico e sociale, si trovano  all’improvviso scaraventate  nel buio del passato. Non erano possibili soluzioni intermedie, se proprio- per fiducia nella magistratura e nei suoi consulenti-  si erano trovate delle carenze o che tali apparivano?

Ho visitato, da operatore , sia i manicomi che gli OPG, purtroppo ancora esistenti. Ho visitato per  raccontarne la storia, un istituto per disabili, salito alla cronaca per una di quelle amare vicende di abusi, soprusi e vessazioni sugli ospiti gravi e gravissimi.

Ancora ricordo, quando iniziai ad occuparmi di anziani, i vecchi ospizi, molto dei quali per fortuna  solo ricordo del passato, anche se sono troppi ancora gli scandali, riportati periodicamente sulla stampa, su vecchi segregati e abbandonati in fatiscenti strutture private, ma anche pubbliche.

Abbiamo cercato di ricostruire questa vicenda “pesante” dall’esterno, leggendo i comunicati delle associazioni sarde che si occupano di salute mentale, facendoci inviare testimonianze di chi direttamente o indirettamente è stato coinvolto. Indichiamo di seguito i siti su cui è possibile trovare notizie. Ci chiediamo se era necessario ignorare di  quelle persone-”aggredite” nella propria abitazione- dignità, diritti, privacy, sofferenze, emozioni, sentimenti, paure, angosce,  incubi del passato, emarginazione, esclusione, senso di violazione della propria intimità e quotidianità?

Perché, se  vi erano indagini da fare ,era necessario intervenire con un forte dispiegamento di forze dell’ordine (carabinieri nello specifico), quando non vi erano, da quanto si sa, minacce  all’ordine pubblico, alla incolumità delle persone  interne ed esterne all’appartamento?

Perché non si è ritenuto, se si dovevano prendere provvedimenti, accompagnare il percorso con le persone, i professionisti e gli operatori che più erano vicino agli inquilini?

Le domande potrebbero essere tante. Da cittadino e da operatore dei servizi alla persona, mi convinco che c’è dietro a tutte  un  “perché”, grande come una casa o come le case che  quei cittadini-sottolineo quei cittadini- sono stati costretti ad abbandonare.

Perché, su qualsiasi ragione  o motivazione, non ha prevalso il senso di rispetto dei diritti e della dignità della persona?

Riportiamo alcuni stralci di testimonianze di come sarebbe avvenuto questa grande “operazione di ordine pubblico”. Rinviamo alla Procura di Sassari la competenza  sull’indagare  sulla correttezza dei comportamenti tenuti in quella circostanza

“ll giorno 6 luglio 2011, intorno alle ore 9, ho ricevuto una chiamata sul mio telefono cellulare da parte di un maresciallo dei NAS - Carabinieri di Sassari, che mi chiedeva di recarmi con urgenza in via            ……perché, in seguito a un'ordinanza della Procura della Repubblica, dovevano eseguire l'immediato sequestro dell'appartamento……….

…la porta dell'appartamento era spalancata e all'interno erano presenti sette Carabinieri dei NAS in borghese, la presidente della cooperativa che prestava assistenza domiciliare e vari operatori della stessa, più altre persone sconosciute che si muovevano all'interno della casa, spostando sacchetti di plastica e borse con effetti personali degli inquilini, creando un ulteriore stato di agitazione e confusione generale.”

….(il)  “ comandante della sezione di Sassari dei NAS – .. ha dichiarato di non essere autorizzato a fornirmi alcuna informazione, in considerazione anche del fatto che non era il mio congiunto nè gli altri inquilini, l'oggetto del provvedimento. Ho chiesto chi, in questo contesto, si assumesse, dal punto di vista sanitario, la responsabilità del trasferimento di persone già disagiate a cui si stava stravolgendo la quotidianità.

Il comandante mi ha indicato un signore che si è qualificato come ……..(costui) …….. ha risposto che era presente in qualità di consulente della Procura per garantire assistenza a delle persone disagiate. Ha precisato, inoltre, che la casa affittata …….è stata considerata dalla Procura una struttura sanitaria abusiva; perciò, se noi parenti non fossimo stati in grado di accogliere in casa i nostri congiunti, lui avrebbe provveduto a ricoverarli presso delle comunità socio-assistenziali protette, nello specifico presso la comunità “Gli Ulivi”, sita nel complesso di Rizzeddu (ex manicomio). Ho anche chiesto allo psichiatra …se fosse al corrente del quadro clinico (del mio congiunto) e dei progressi ottenuti recentemente in merito al suo equilibrio psicofisico e al suo reinserimento sociale. La risposta è stata: “…. …. sono qui per cercare di aiutare queste persone e disporre il loro trasferimento”. Ho ribadito che la soluzione che mi stava proponendo era già stata considerata in passato e scartata da (il mio congiunto), dai medici che lo seguono e da noi familiari in quanto ritenuta non idonea né utile al (suo) recupero”.

Sull’idoneità della struttura,  in cui sono stati trasferiti gli inquilini, non vogliamo entrare, anche se fosse il miglior luogo del mondo, ma forse non è così. Il grave è che, in ogni caso, non è la casa che quelle persone si erano scelte, con l’appoggio dei loro familiari   e dei loro medici di fiducia.

Seguiremo questa triste e amara situazione, sperando, per le persone coinvolte, che il tutto si risolva per il meglio, velocemente e senza ulteriori  traumi. Vogliamo anche dare un nostro contributo cercando pareri ed opinioni di operatori sanitari, giuristi, ed altre professionalità perchè la storia non abbia a ripetersi.

Per saperne di più e seguire con noi questa vicenda questi i siti web e i profili  da cercare su FaceBook

http://www.manifestosardo.org/?p=9450

http://www.news-forumsalutementale.it

http://comitatoacasamia.blogspot.com