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Le città non sono solo scambi di merci: sono scambi di gesti, parole, emozioni, memorie, tempo, saperi.” Calvino

Forma –azione… ovvero la magia delle possibilità: dare nuove forme alle azioni quotidiane di progettazione e gestione delle nostre strutture.

Una formazione necessaria quale elemento di nutrimento continuo del sapere ma ancora di più dell’essere per queste professioni che  stagliano le giornate tra la sofferenza, la morte, il lutto, la cronicità e la non autosufficienza e quindi tra le emozioni di fatica, depressione, paura che leggi negli occhi dei residenti e quelle di stanchezza, impotenza, rabbia e delusione che prendono vita nelle facce e negli occhi degli operatori. Certo, qua e là, ciuffi di vita e emozioni di tenerezza colmano gli abissi delle anime, ma troppe poche o forse sempre poco godute (non c’è tempo, bisogna fare tutto di fretta…)

Anche la formazione in questo quadro è obsoleta: spesso frontale, spesso colma di vecchi contenuti, spesso spogliata dalle emozioni umane e dalla ricchezza del loro condurre. Intesa spesso solo come aumento di conoscenze (imparare a non sprecare risorse, imparare a usare un ausilio, essere più gentili con le famiglie) e quasi mai come un itinerario di crescita delle risorse umane verso obiettivi aziendali condividi. Sporadica e spesso troppo arida e lontana dalla vita “vera del nucleo” dicono gli operatori.

E così prendono forma alcune idee, piccoli bagliori di riflessione che hanno alimentato i miei pensieri  e mi hanno portata a dare nuovi significati e nuove direzioni alla formazione.

UNA FORMAZIONE PER ESSERE… Nulla di nuovo. Ricordate lo slogan della formazione socio sanitaria degli anni ’70? Sapere, saper essere e saper fare… E oggi? Se analizziamo un programma didattico e le modalità formative nei corsi oss ma anche in quelle per educatori fino alle lauree in psicologia, servizio sociale, medicina troveremo tante zone ombrose. Viene raccontata una psicologia “antica” che poco si è impastata con le moderne conoscenze delle neuroscienze e della psico neuro endocrino immunologia… C’è un mondo di conoscenze che davvero possono aiutare le persone a “ripartire” da se stesse come strumento importante di prevenzione del burn out. Spieghiamolo il burn out ma soprattutto forniamo tecniche per superarlo e trasformarlo. Dunque una formazione per:

·      poter aiutare le persone a entrare dentro la profondità di se stesse e poter qui prendere coscienza dei talenti che credevano nascosti;

·      per scoprire che la mente mente, ma il corpo non mente, ovvero capace di portarli nei meccanismi di funzionamento della mente, del campo infinito delle possibilità al quale accediamo in stato di rilassamento nel nostro emisfero destro

·      per iniziare a comprendere che esiste per l’operatore una “nutrizione” che da energia vitale  e una che la toglie

·      per imparare a “sentire” e non solo a pensare - per imparare che oltre all’intelligenza del cervello c’è il campo elettromagnetico del cuore con il quale davvero, attraverso semplici tecniche, possiamo entrare in relazione con l’altro (sdoganando finalmente l’empatia da un concetto cognitivo o di “carattere”). ‎

·      per imparare che il secondo cervello (intestino) va curato e ascoltato… li c’è il mare dell’energia dell’essere umano (ormai numerose le ricerche delle università che lo attestano)

·      per imparare che ogni evento nella vita non ha significato in se ma solo quello che noi possiamo dargli

·      che il “carattere” non è immodificabile e che i miei limiti possono, se lo voglio, diventare le mie opportunità

·      che le parole che uso nel  dialogo interiore sono mattoni importanti per la costruzione delle mia vita professionale e personale, ma anche della mia salute (lo scienziato Masaru Emoto da tempo lo insegna)

Sono sempre più convinta (dopo 23 anni di lavoro in ambito sociosanitario) che questa rappresenti la strada per ripartire in una opera di fertilizzazione delle persone. Lo vedo quotidianamente nelle attività formative che conduco. Le persone non aspettano altro che poter stare bene e vivere in ambienti che favoriscano questo. Il decreto legge n.81/08(stress-lavoro-correlato)

UNA FORMAZIONE PER IMPARARE A SAPER ESSERE… individui autentici (alla rogersiana forma). Talvolta le persone non sanno proprio comunicare. Aggrediscono, alzano la voce, sparlano o peggio si rinchiudono in sé. Sappiamo quanto questi siano meccanismi di difesa, ma invito ciascuno anche a comprendere che spesso sono gli unici che le persone hanno appreso. Formare alla comunicazione autentica vuol dire aiutare le persone ad appropriarsi di nuovi modelli teoricamente in aula ma anche praticamente durante l’attività di ogni giorno. La formazione ha bisogno davvero di “simulare” in aula davvero molto di più la quotidianità e ancora di portare dentro la teoria tutte le variabili della realtà. La comunicazione non si impara nelle lezioni frontali ma è un’arte … e come tale si può imparare solo “andando a bottega” ovvero facendo diventare la formazione un laboratorio creativo e artistico di comunicazione…

 

 

UNA FORMAZIONE PER IMPARARE A FARE… un fare che non può essere ridotto a delle prestazioni semplicistiche (imboccare un disfagico, fare il bagno a un demente, alzare un emiplegico sinistro…) ma che si inserisce nel quadro più amplio della capacità  di comprensione dei reali bisogni e desideri di colui di cui mi prendo cura, delle sue emozioni e delle sue possibilità. Un fare che ha bisogno di uscire dagli slogan “recupero delle potenzialità residue,  mantenimento delle potenzialità residue”. Sono andata a cercare il significato della parola “residuo”: una strana assonanza con i resti, ciò che non conta e che non ha significato. E se parlassimo di valorizzazione di una abilità specifica?

Le parole creano, le parole distruggono…

Fare dunque  con una organizzazione che diventa capace di fare accoglienze dei residenti raccogliendo la loro storia (la biografia), di fare progetti di assistenza individualizzati non per bisogni ma capaci di identificare problemi e desideri, di avere progetti per la riduzione della contenzione fisica, di aumentare la conoscenza intorno alla demenza ed alle sue infinite possibilità, di accompagnare davvero a morire con serenità e competenza…

Solo quando saremo stati capaci di avviare percorsi di crescita e di sviluppo delle competenze in modo permanente degli operatori potremo dire di aver davvero fatto il possibile per creare servizi ai quali desideriamo appartenere… Forse ha davvero ragione Calvino: i servizi socio sanitari  non sono scambi di merci: sono scambi di gesti, parole, emozioni, memorie, tempo, saperi.

Servono più risorse? No, credo solo più idee…