Il progetto Diade (realizzato dalla Provincia di Reggio Emilia, insieme all'Ausl, ad Anziani e non solo e all'Associazione Nondasola avvalendosi di un finanziamento del Fondo Antiviolenza del Ministero per le Pari Opportunità) ha indagato su maltrattamenti, abusi e violenza nell'ambito delle relazioni di cura, sia verso le cosiddette badanti, sia verso gli anziani assistiti. 

L’attenzione è stata rivolta all’incontro di due fragilità – l’immigrazione e l’anzianità – coniugate nel lavoro di cura come contesto a rischio d’espressione di fenomeni violenti. 

 

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Il progetto ha realizzato un’azione di ricerca che, attraverso 52 interviste qualitative ad attori locali, badanti, anziani e famiglie, ha consentito di favorire la conoscenza ed il dimensionamento del fenomeno della violenza nella relazione di cura e l’aumento della consapevolezza circa la necessità di prevenire tali manifestazioni.

Benché Diade si sia occupato sia di abusi verso anziani che di abusi verso assistenti familiari, ci focalizzeremo in questo articolo sui primi ed, in particolare, sui fattori individuati dal progetto come predisponenti ad un rischio di maltrattamento o abuso nella relazione di cura.

Il lavoro svolto ha consentito di identificare:

a) nella convivenza forzata, nelle patologie cognitive dell’assistito, nell’isolamento sociale, nelle reti familiari deboli, nella mancanza di formazione al ruolo, i principali indicatori di rischio che gli operatori sono chiamati a monitorare.

b) l’oggettiva insostenibilità di alcune situazioni di cura gestite a domicilio da una sola figura assistenziale (ad es. nel caso di presenza di severe patologie cognitive accompagnate da aggressività comportamentale). Si tratta di un’insostenibilità che tende a restare spesso “invisibile” (come è stato sinora il lavoro di cura familiare) non percepita dagli stessi caregiver, (siano essi lavoratrici o familiari) innescando aggressività (latenti o palesi) che a loro volta creano pesanti corto circuiti relazionali rappresentando lo sfondo ambientale del rischio (o della presenza) di abusi e violenze da parte delle assistenti, se non degli stessi caregiver familiari. In tale ottica azioni di sensibilizzazione, definizione di linee guida per gli operatori, formazione delle “badanti”, dei caregiver familiari, servizi di sollievo e di tutoraggio sono improrogabili.

I lavori del progetto hanno poi fatto emergere un ulteriore elemento critico: la difficoltà a perseguire i colpevoli di reati ai danni di persone anziane fragili, ma non dichiarate legalmente incapaci. Appare quindi necessaria una riflessione approfondita su questo aspetto specifico.

Tipi d’abuso prevalenti emersi dalle interviste del progetto Diade sulla violenza agita e subita nella relazione di cura:

• 219 le segnalazioni riconducibili a forme di abuso

• Soprattutto donne le vittime di violenza (oltre l’89%)

• Il 35% delle segnalazioni riguardano violenza agita da badanti verso anziani, il 29% violenza agita da familiari verso badanti, il 23% da parte di anziani verso badanti

• abuso/violenza di tipo fisico cioè atti di violenza o trattamento brusco che causano dolore, danno o disagio fisico rappresentano il 33% delle segnalazioni,

• abuso/violenza relativa ai diritti cioè atti che negano i diritti umani fondamentali il 23%

• abuso/violenza psicologico/emotiva cioè azioni e comportamenti che ledono la dignità e la libertà della persona il 22%

 

Reati che colpiscono i soggetti anziani

Chiunque abbia, anche solo distrattamente, prestato attenzione ai fatti di cronaca giudiziaria, pur senza essere un operatore “del mestiere”, ha potuto riscontrare che gli abusi che affliggono gli anziani sono riconducibili ad una serie ormai ricorrente di reati.

Con l’inevitabile approssimazione, che è insopprimibile in ogni sintetica categorizzazione, seguendo la classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la classificazione degli abusi agli anziani[i], sotto l’abuso fisico possono essere ricondotti l’art. 571 c.p. “Abuso dei mezzi di correzione e disciplina”, l’art. 572 c.p. “maltrattamenti in famiglia”, l’art. 582 c.p.“lesioni personali”; sotto l’abuso psicologico emotivo ancora l’art. 572 c.p. “maltrattamenti in famiglia”, l’art. 594 c.p. “l’ingiuria” e l’art. 610 “violenza privata”; sotto l’abuso sessuale l’art. 609 bis “violenza sessuale”; sotto l’abuso finanziario l’art 624 c.p. “furto”, l’art. 643 c.p. “circonvenzione d’incapace”, l’art. 640 c.p. “truffa” e sotto l’abbandono o l’incuria, l’art. 590 “abbandono di incapace”, l’art. 57o c.p. “Violazione degli obblighi di assistenza familiare” e, ancora, l’art. 572 c.p. “maltrattamenti in famiglia”.

Reati procedibili a querela di parte che colpiscono i soggetti anziani

Larga parte dei reati di cui alla carrellata precedente è perseguibile d’ufficio; per essi, purché ne abbia avuto notizia, può agire il Pubblico Ministero autonomamente. Alcuni di quei reati, però, sono procedibili a querela di parte: vale a dire possono essere perseguiti solo se il soggetto che ne è stato vittima, con il rispetto delle formalità e dei tempi necessari, ne abbia fatta denuncia all’autorità competenti.

 I reati, tra quelli nominati, procedibili a querela sono: le lesioni personali lievi o non circostanziate (quelle che, ad esempio, procurano lesioni guaribili in meno di venti giorni), la truffa, la violenza sessuale e l’ingiuria. È evidente a tutti la capacità lesiva di questi reati e la delicatezza con cui le loro conseguenze debbono essere trattate. Se non è facile perseguire e prevenire reati reprimibili d’ufficio, molto più complicato sarà reprimere e sperare, con la punizione, di prevenire reati per cui la vittima, già indebolita dalla fragilità per la propria anzianità e annichilita dal crimine, debba raccogliere anche la forza per querelarne l’autore. Si aggiunga poi l’ipotesi di soggetti cui l’anzianità -associata a malattie tipiche dell’età avanzata- non solo abbia procurato fragilità, ma addirittura abbia causato incapacità naturale.

Legittimazione del tutore a denunciare reati contro soggetti incapaci

Per quest’ultima ipotesi, e sempre che l’incapacità sia stata “certificata” da un processo/procedimento di interdizione o inabilitazione, l’azione penale –quando da avviarsi a querela- può essere compulsata dal tutore, o dal curatore o dal curatore speciale nominato apposta (artt. 120 e 121). Ma che ne è di quei soggetti la cui incapacità non è certificata o certificabile secondo le tradizionali categorie di interdizione o inabilitazione?

Cosa succede nell’ipotesi in cui i soggetti abbiano capacità naturali residue sufficienti ma non adeguate a procedere a querela?

L’esito delle attività di ricerca svolte nell’ambito dei progetti DIADE[ii] e EUROPEAN[iii] ha evidenziato che la stragrande maggioranza degli abusi si consuma nelle mura domestiche e a danno di soggetti non totalmente incapaci (come sono gli interdetti) o incapaci di compiere atti di straordinaria amministrazione (come sono gli inabilitati). Si tratta invece prevalentemente di vittime incapaci “soltanto” di non affrancarsi dalla situazione di abuso, “incapaci” di reagire ad esso. Magari perché (anche solo assuntamente) dipendenti emotivamente, economicamente o psicologicamente da chi abusa di loro.

Quindi, quei soggetti non hanno -non sentono- la forza, la “capacità”, di attuare quelle facoltà giuridiche che l’ordinamento mette loro astrattamente a disposizione.

Individuare, perfezionare, applicare e magari adattare gli strumenti giuridici (e non), idonei a colmare il divario tra la previsione astratta di strumenti di tutela e loro applicazione pratica ed efficace è il punto nodale per guardare ai fenomeni oggetto dei progetti menzionati, se non con la certezza, almeno con la ragionevole speranza di poterli affrontare, ridurli, o quantomeno di limitarne le dolorose conseguenze.

Uno strumento sul quale, col presente articolo, aprire una discussione e individuare una prospettiva, è quello previsto dalla legge 6 del 2004: l’amministratore di sostegno (ADS).

ADS legittimato a querela?

Il presupposto applicativo dell’ ADS è –a mente dell’art. 406 c.c.- “l’ impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi”. Se così è, pare difficile non pensare che sotto la dizione “curare i propri interessi” vi si possa scorgere il mettere fine ad un abuso subito; nemmeno sarà difficile scorgere “l’impossibilità” nel fatto che l’abusato si trovi nella condizione di non riuscire a reagire all’abuso perché magari chi abusa è lo stesso soggetto che mantiene la vittima, l’assiste o ne è legato da parentela, affinità o prossimità.

Posto, quindi, che -in generale- in situazioni di abuso e proprio in ragione di un abuso, possa essere nominato un amministratore di sostegno, occorre verificare se nel ventaglio delle attribuzioni che gli possono essere date, vi possa anche (o soltanto) essere la presentazione di querela in nome e per conto del beneficiario abusato, analogamente a quanto accada per il tutore, il curatore o il curatore speciale per la querela.

Per questo tema, censendo le norme a disciplina dei poteri conferibili all’ADS, nulla osta acchè gli sia attribuito il potere/dovere, una volta nominato, di procedere -previa autorizzazione del Giudice Tutelare- alla proposizione della querela di parte offesa.

Tant’è che puntualmente la giurisprudenza registra provvedimenti nei quali, e grazie ai quali, l’amministratore di sostegno è nominato, tra l’altro, per procedere alla querela in nome e per conto del beneficiario[iv].

Avvalersi della nomina di un amministratore di sostegno per querelare l’abusante consentirebbe di mettere un filtro tra questo e la vittima. Ciò che le permetterebbe, peraltro, di sentirsi meno “colpevole” della denuncia e quindi meno esposta alla temuta rappresaglia che l’abusante potrebbe (realmente o assuntamente) agire contro l’abusato. L’idea e la pratica di un sostegno, anche se solo in forma embrionale, potrebbe avviare il circolo virtuoso dell’affrancazione della vittima.

ADS per adozioni degli ordini di protezione contro gli abusi familiari

La situazione è innegabilmente più complicata quando la vittima, soggetto fragile e impossibilitato, convive con chi abusa, o peggio, ne è ospite.

Pur nella complicatezza, talora drammatica, di una situazione del genere la vittima non è sguarnita di tutela.

Certo, a situazione complicata non può che corrispondere una risposta articolata.

Il primo passo da compiere sarà -come visto prima- la nomina, in favore della vittima anziana impossibilitata, di un ADS, anche per denunciare l’abusante.

Proseguendo, colui che ha richiesto la nomina di un ADS, nel contesto del ricorso di nomina, o l’ADS stesso -anche successivamente alla nomina- dovrà illustrare la situazione e rappresentare come la convivenza agevoli o occasioni l’abuso.

In questo modo, l’ADS nominato potrà essere autorizzato dal Giudice Tutelare ad attivare l’ordine di protezione previsto dall’art. 342-bis del c.c.

Secondo questo articolo, quando la condotta del convivente è causa di grave “pregiudizio all'integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell'altro convivente”, il giudice, su richiesta di parte[v]:

·      può adottare con decreto uno o più dei provvedimenti con cuiordinare al convivente che ha tenuto la condotta pregiudizievole, la cessazione della condotta stessa e

·      disporre l'allontanamento dall’abitazione di colui che ha tenuto la condotta pregiudizievole prescrivendogli altresì, ove occorra, di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima.

Il giudice può disporre, altresì, se necessario:

·      l'intervento

o      dei servizi sociali del territorio

o      di un centro di mediazione familiare

o      delle associazioni che si occupano di sostegno e di accoglienza di soggetti vittime di abusi

·      il pagamento periodico di un assegno a favore della persona abusata che, in ragione dell’ordine di protezione, rimanga priva di mezzi adeguati.

Con lo stesso decreto il giudice:

·      stabilisce la durata dell'ordine di protezione. Durata che comincia dal giorno dell'avvenuta esecuzione dello stesso e che non può essere superiore a un anno. Durata che, però, può essere prorogata, su richiesta della persona abusata, ma soltanto se ricorrano gravi motivi e solo per il tempo strettamente necessario.

·      determina le modalità di attuazione dell’ordine di protezione

Se dovessero sorgere difficoltà o contestazioni in ordine all'esecuzione, il giudice provvederà con decreto ad emanare i provvedimenti più opportuni per l'attuazione, compreso anche l'ausilio della forza pubblica e dell'ufficiale sanitario.

ADS per l’avvio di procedure di risarcimento del danno

Altre volte, per altre tipologie di abuso, l’azione dell’amministratore di sostegno, oltre ad essere il presupposto per l’avvio delle azioni di repressione degli abusi, potrebbe essere il mezzo attraverso il quale si possono attenuare, quando non anche (almeno sperare di) neutralizzare gli effetti dell’abuso. Il riferimento è a quelli finanziari dove alle pronunce di condanna dell’abusante in sede penale possano seguire in sede civile azioni dell’ADS in nome e per conto del beneficiario, previa autorizzazione del Giudice Tutelare, ad esempio per la dichiarazione dell’invalidità del contratto truffaldino e degli obblighi di restituzione conseguenti, così pure come le pronunce di risarcimento integrale del danno alla persona in caso di lesione della persona e della personalità della vittima.

Il supporto della rete territoriale

Come emerge dai risultati del menzionato progetto DIADE, queste azioni dell’ADS dovrebbero, auspicabilmente, collocarsi in una più ampia attività di supporto offerta dai servizi pubblici e privati del territorio. I servizi [1]sociali, i servizi sanitari, le associazioni che sostengono le vittime di violenza e quelle che offrono agli anziani servizi di prossimità possono svolgere un importante ruolo di sentinelle nell’individuazione precoce dei segnali di abuso, di promozione di percorsi di nomina di ADS, di supporto agli anziani e agli stessi ADS nella migliore gestione delle conseguenze provocate da comportamenti violenti o abusanti.

 





[i]The Toronto declaration for the global prevention of elder abuse” (WHO/INPEA, 2002)

[ii]Progetto “Diade – Rete territoriale per la prevenzione della violenza nelle relazioni di cura” – coordinato dalla Provincia di Reggio Emilia e dalla cooperativa Anziani e Non Solo e finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità

[iii]Progetto Pilota per la Prevenzione degli Abusi agli Anziani finanziato dalla Commissione Europea e coordinato, per l’Italia, da Anziani e Non Solo – www.preventelderabuse.eu

[iv]cfr. Tribunale di Modena, decreto 02.11.2005.

[v]Ecco il perché dell’opportunità di una nomina di un ADS