marco mussettaDurante il percorso di studi per conseguire l'attestato di operatore socio sanitario sono previsti oltre a delle lezioni teoriche in aula anche degli stage formativi nei vari contesti in cui questa figura può operare e comprendono: tirocinio in residenza sanitaria assistenziale, più comunemente conosciuta come casa di riposo, ospedale e comunità alloggio per persone con disabilità o servizi di territorio. Generalmente la durata di questi stage è di circa un mese per ogni luogo di lavoro. In questa fase il tirocinante ha la possibilità di sperimentarsi dal punto di vista pratico e relazionale, non è certo un tempo sufficientemente lungo per inserirsi in modo completo in quel determinato ambiente di lavoro, ma non è questo il fine dei tirocini.

Nel momento in cui termina il periodo formativo ci si trova, prima o poi, ad affrontare la prima esperienza lavorativa, spesso per sostituire il personale in ferie o in maternità. Si tratta comunque, nella quasi totalità dei casi di contratti a tempo determinato che possono comunque, in seguito e magari dopo alcuni rinnovi, diventare definitivi.
Passare dallo stato di tirocinante e quindi di studente a quello di lavoratore effettivo non è per tutti così semplice. Alcuni, inizialmente, fanno fatica a ritenersi forza lavoro, si considerano ancora stagisti e quindi non prendono l'iniziativa, evitano magari di assumersi le responsabilità che questa mansione richiede. Ci sono altri, al contrario, che volendo dimostrare di essere già pronti rischiano di commettere errori dovuti a un'eccessiva sicurezza nei propri mezzi, senza avere l'esperienza e senza valutare le situazioni.
Sarebbe utile che gli operatori socio sanitari che lavorano da tempo in un determinato servizio fossero aperti e disponibili con il nuovo arrivato (questo vale sia per chi proviene da un ente formatore ed è quindi alla sua primissima esperienza, sia per chi è operatore da tempo ma ha cambiato luogo di lavoro).
Spesso accade di avere l’aspettativa che i neo assunti sappiano o imparino in pochissimo tutto quello che c'è da sapere e che abbiano la capacità di inserirsi immediatamente all'interno dell'equipe di lavoro.
Questo atteggiamento, che viene a volte palesato senza usare molto tatto, provoca ansia in chi è nuovo e sicuramente non favorisce un inserimento ottimale ma lo disturba e lo danneggia, crea insicurezza e incomprensioni che hanno una ricaduta negativa sull'intera organizzazione fino a intaccare la qualità del servizio.
Seguire i neo assunti è senza dubbio faticoso e può apparire una perdita di tempo per i colleghi, sembra di lavorare per due, come se ci si dovesse sobbarcare anche il lavoro dell'altro, significa ridurre i ritmi, osservare, correggere, rispondere a eventuali domande e sciogliere perplessità.
Non è negativo, a parere mio, impiegare tempo per formare il personale.
Ho riflettuto a lungo su questo e credo di poter affermare con serenità che è utile, un’ottima occasione per riflettere anche sul proprio operato. Rallentare e osservare gli altri ci fa anche comprendere aspetti che magari tralasciamo a causa della routine.
Potrebbe essere un ottima occasione per mettersi in discussione, anziché lamentarci del fatto che il collega non è ancora in grado di seguire perfettamente l'organizzazione del lavoro e la gestione delle dinamiche relazionali.
Dovremmo anche capire se effettivamente il nostro modo di operare è realmente efficace in termini di qualità, quantità e sufficientemente ottimizzato per rispondere alle necessità dei nostri assistiti e in armonia con l'equipe di lavoro.
E' molto più semplice correggere o voler insegnare a un collega piuttosto che fare un esame introspettivo e valutare il nostro modo di lavorare, magari confrontandosi con gli altri operatori in modo aperto senza presunzione.
Non si finisce mai di imparare, serve solo un po’ di umiltà e avere quella sana fame di sapere, condividendo i dubbi e le insicurezze che tutti hanno e con tanta voglia di migliorarsi per il bene dei nostri assistiti, dell'equipe e per noi stessi.