Da oltre un decennio il mio impegno professionale si è indirizzato in modo prevalente verso le tematiche abitative che riguardano l’invecchiamento, 

convinta della necessità di anticipare lo studio di modelli abitativi compatibili con i futuri scenari degli anni 2000, segnati dall’aumento straordinario della popolazione anziana e dalla crisi dello stato sociale; ma, anche, dall’affermazione di un desiderio di progettualità, legato proprio alla vecchiaia, che molti della mia generazione, quella dei baby boomers, intendono far valere anche nella seconda (o terza) parte della vita, indipendentemente dalle proprie condizioni di salute. Una filosofia, quest’ultima, che si coniuga positivamente con la scelta di invecchiare, fin che si può, a casa propria.

L’Italia, come purtroppo spesso accade, arriva tardi a questo appuntamento. Politiche mirate per l’abitare degli anziani cominciano ad emergere, in forma più o meno organica, solo a partire dagli anni ’90 del 1900, e sono prevalentemente d’iniziativa regionale e localei.

Attualmente, gli over65enni che non si trovino nella condizione di totale non autosufficienza non assistibile a domicilio, possono contare su una gamma piuttosto limitata di soluzioni abitative, non tutte disponibili in modo indifferenziato sul territorio nazionale, alcune ancora presenti solo in forma sperimentale, che vanno dall’abitazione ordinaria a quella tecnologicamente più innovativa, per le situazioni di maggiore fragilità. Ne analizziamo di seguito le più significative.

L’abitazione ordinaria

Costituisce la quota più consistente dell’offerta: oltre il 97% degli anziani vive a casa propria, quasi l’80% in abitazioni di proprietà degli stessi anziani o di un membro della famiglia. Ma si tratta di abitazioni spesso inadeguate ad accogliere i problemi di chi invecchia: il 48% risulta costruito prima del 1961, di questo, gran parte si trova in gravi condizioni di degrado, con impianti non a norma, presenza di dislivelli, scarsa efficienza energetica; il 37% delle abitazioni che ha più di 2 piani è senza ascensore, il 73% ha più di 4 stanze, è cioè troppo grande per essere gestito da persone d’età avanzata e troppo oneroso per poterlo sostenere con i modesti redditi da pensione. Il 50% degli anziani proprietari dell’alloggio in cui abitano non ha mai effettuato interventi di manutenzione, nonostante i recenti incentivi sulle ristrutturazioni, anche a causa delle precarie condizioni economiche di molti anziani e dei disagi, fisici e burocratici, connessi al dover intraprendere lavori in casaii.

Poter restare nella propria abitazione, anche quando si diventa un po’ più fragili, si può, ma bisogna affrontare per tempo - l’età giusta sarebbe intorno ai 50-55 anni - alcuni interventi di adeguamento che limitino i rischi di incidente, sempre in agguato tra le mura domestiche, rendendo più efficienti le prestazioni ordinarie della casa: in questo, le tecnologie possono aiutare molto, poiché consentono di rendere più agevoli molte delle attività quotidiane più pesanti, come sollevare gli avvolgibili o aprire porte e finestre con sistemi motorizzati, o migliorare le condizioni di sicurezza in casa, inserendo ad esempio sensori di allarme in caso di fughe di gas, fumi-incendi o allagamenti, o ancora assicurandosi di avere immediati soccorsi in situazioni di emergenza, dotandosi di particolari sistemi di telesoccorso-telecontrolloiii.

La valutazione di tali interventi deve essere eseguita da personale esperto, che può consigliare in modo più appropriato le scelte da compiere: sul territorio stanno nascendo strutture d’eccellenza in grado di orientare con competenza. Per tutte, cito i “Centri per l’adattamento domestico CAAD”, presenti soprattutto in E. Romagna, costituiti da équipe multidisciplinari (architetti, ingegneri, tecnologi, assistenti sociali, fisioterapisti) che esaminano i problemi e suggeriscono le soluzioni, in base alle esigenze di ogni singolo utenteiv. Purtroppo, in Italia, le risorse pubbliche finalizzate a migliorare le abitazioni di anziani e disabili sono state introdotte di recente (dopo la L. 13/89 sull’eliminazione delle barriere architettoniche) e restano tutt’oggi assolutamente inadeguate ad affrontare il problema. Diversa la situazione negli altri paesi europei, dove le politiche di adeguamento del patrimonio abitativo degli anziani sono in atto da tempo, soprattutto nel nord-Europav.

 

L’Abitazione accessibile

A partire dagli anni ’90, dopo la L. 13/89, tutte le abitazioni, escluse quelle unifamiliari e gli edifici con meno di tre piani (per i quali si deve in ogni caso garantire la possibilità di poterli adattare nel tempo), devono essere progettate rispettando il requisito minimo di “visitabilità” (possibilità di accedere senza barriere all’edificio, e, nell’alloggio, almeno al soggiorno-pranzo e ad un bagno) anche per persone con disabilità motorie e sensoriali. La norma resta valida anche nel caso di ristrutturazioni edilizie di una certa entità, ma in realtà è stata largamente disattesa e non ha praticamente inciso su gran parte del patrimonio esistente privato abitato dagli anziani.

Gli alloggi completamente accessibili (e cioè dotati di accorgimenti speciali per persone su sedia a ruote e con deficit sensoriali) in Italia rappresentano una quota molto contenuta, e spesso limitata al patrimonio pubblico, promosso da Comuni o Enti di edilizia sociale, che hanno l’obbligo di finalizzare a questa fascia di utenza almeno il 5% degli alloggi realizzati. Un’indicazione, quest’ultima, che potrebbe essere interessante se fosse però estesa a tutto il patrimonio edilizio, non solo a quello d’iniziativa pubblica, perché garantirebbe quella necessaria integrazione tra diverse fasce reddituali e nuclei di diverse generazioni nonchè una diffusione omogenea di alloggi accessibili nelle diverse parti della città.

Al contrario, per molti degli interventi di edilizia sociale di recente costruzione, si tratta di abitazioni localizzate spesso nelle periferie più distanti dal centro urbano, prive di quei servizi di uso quotidiano in grado di garantire un adeguato livello di sostegno e relazionalità anche in età avanzata, soprattutto per chi è solo. Le liste d’attesa di Comune e Istituti di ERP sono spesso lunghissime e la possibilità per un anziano di accedervi, pur possedendo i requisiti, è ancora oggi molto limitata, anche perché alloggi di edilizia pubblica se ne costruiscono sempre meno, essendo l’edilizia sociale oramai praticamente priva di finanziamenti dello Stato. Per tutti, cito la triste fine che ha fatto l’ambizioso programma ministeriale promosso con la L. 21/2001, “Alloggi in affitto per gli anziani degli anni 2000”, oltre 100 iniziative di altrettanti comuni per realizzare alloggi accessibili, finite in un cassetto, definanziate per mancanza di risorsevi.

 

Abitazioni in complessi residenziali per soli anziani con o senza servizi

Nel contesto italiano, una delle tipologie più comuni di residenza per la terza età è costituita da edifici destinati esclusivamente ad un’utenza over65enne.

Si tratta di iniziative condotte soprattutto da enti pubblici (in particolare Comune e ex IACP) o da strutture private con o meno finalità sociale (Fondazioni e organizzazioni religiose, ex Ipab, Case di riposo, Enti privati).

La linea di demarcazione tra una soluzione abitativa “autonoma” ed una “assistita” si gioca prevalentemente su due parametri, indipendentemente dalle differenze, pur a volte consistenti e significative, che possono verificarsi intorno al regime di proprietà degli immobili: il primo, riguarda la tipologia abitativa, il secondo, le modalità di organizzazione e gestione degli spazi collettivi e delle attività quotidiane in favore dei residenti.

L’offerta abitativa cambia in modo consistente se si è in presenza di un impianto tipologico costituito da stanze con bagno e spazi comuni (strutture di tipo “alberghiero” a gestione necessariamente centralizzata), o se invece si dispone di alloggi autonomi veri e propri, dotati di spazi collettivi, interni o esterni all’edificio.

Spesso l’accesso alla prima tipologia non avviene per scelta della persona anziana: soprattutto nei casi di disagio economico o sociale, si tratta quasi sempre di una soluzione di ripiego che risolve i problemi di chi ha in carico l’over 65enne, ma non dello stesso anziano. Molto spesso in questi contesti, sia per la forte concentrazione di situazioni di marginalità, sia per l’insufficienza degli scambi relazionali con la vita attiva, si accentuano i problemi di solitudine e decadimento fisico e psichico di chi ci vive, costruendo una sorta di “recinto” invisibile intorno alla residenza che finisce con l’annullare l’interesse verso il contesto.

Diversa la situazione di complessi residenziali destinati esclusivamente ad anziani, ma strutturati in alloggi autonomi con spazi comuni a servizio della residenza.

In questo caso, è importante sia la loro collocazione in aree ben collegate della città, sia la presenza di sufficienti occasioni, nell’intorno circostante, che stimolino la persona a continuare ad esercitare la propria vita di relazione e le ordinarie attività quotidiane in modo autonomo. Il successo di queste soluzioni dipende spesso dalla presenza di funzioni di sostegno e accompagnamento non imposte da una struttura organizzativa “esterna” (come purtroppo accade spesso in molte residenze per anziani di tipo privato, anche di “lusso”), ma dalla possibilità degli stessi utenti di poter autonomamente scegliere i servizi da utilizzare, in base alle proprie esigenze. In questo caso, la vicinanza con strutture sanitarie di assistenza può offrire un ulteriore elemento di sicurezza per chi si trova già in condizioni di fragilità, senza tuttavia tradursi in un sistema di accompagnamento quotidiano obbligatorio, indipendentemente dalle effettive necessità della persona. E’ quanto, ad esempio, avviene nell’edificio residenziale della Fondazione Don Baronio, a Cesena: 31 alloggi autonomi, con, al piano terra, un Circolo Auser per attività relazionali, una palestra privata destinata alla fisioterapia, e un ristorante, anch’esso privato, aperti ambedue all’esterno. Vicino, una RSA dove è possibile ricevere assistenza e pronto intervento, in caso di bisognovii .

 

Abitazioni in complessi residenziali integrati con servizi

Diverso il caso di interventi residenziali integrati, che prevedono già in fase di progettazione la presenza di tipologie di alloggio miste, destinate sia ad anziani che a nuclei famigliari tradizionali. Si tratta tuttavia di poche iniziative, nate in Italia negli anni più recenti all’interno di programmi di riqualificazione urbana, soprattutto attraverso il recupero di aree e quartieri pubblici degradati o di complessi industriali dismessi, in particolare con i Contratti di Quartiere di prima, seconda e terza generazioneviii .

Gli interventi, sia di nuova costruzione che di recupero, sono generalmente dotati di innovativi sistemi di domotica negli alloggi e nell’edificio, all’interno dei quali le residenze per anziani coabitano con alloggi per altre fasce sociali, in alcuni casi giovani coppie, in altri con studenti e/o lavoratori in mobilità, in altri ancora con famiglie tradizionali. Il cofinanziamento pubblico assicura la realizzazione non solo degli alloggi, ma anche di alcuni servizi d’interesse generale, nonché l’adeguamento di percorsi pedonali e spazi pubblici, accessibili anche per persone con disabilità motorie. Le abitazioni sono generalmente dotate di ampi spazi collettivi, destinati alla socializzazione, alla cura, al tempo libero. Spesso è presente anche un alloggio per il portiere, figura un po’ rinnovata rispetto a quella tradizionale, cui viene demandato anche il compito di occuparsi delle tecnologie di domotica e delle attività di primo intervento in casi di emergenza. Ma, anche in questo caso, le modalità di organizzazione degli utenti, e, di conseguenza, i livelli di partecipazione e di autonomia degli anziani alla gestione del contesto abitativo, variano in relazione alla titolarità dell’intervento.

Nel caso del promotore pubblico (Comune o ex IACP comunque denominati), le forme di coinvolgimento degli anziani risultano spesso più difficili, sia per problemi legati alla gestione degli spazi collettivi, di competenza di enti diversi tra loro spesso scoordinati (ambulatorio all’ASL, spazi collettivi al Comune, etc), sia per la difficoltà di molti operatori tradizionali di confrontarsi con sistemi innovativi di relazione e confronto con gli utenti, come è il caso delle tecnologie domotiche e di ausilio alla personaix.

  •  

 

Alloggio in coabitazione

 

Un’ulteriore soluzione per molti anziani che non intendono abbandonare il proprio alloggio, benchè di grandi dimensioni e con problemi nella gestione domestica ed economica, è quella di cercare di condividerlo con amici/parenti o altre persone interessate a trovare una sistemazione, in cambio di servizi di assistenza o di accompagnamento quotidiano. Sono diverse le esperienze nate in questo ambito: tra le più significative, quella dell’“abitare solidale”, promosso dall’Auser di Firenzex o dall’Auser di Como xi.

 

 

 

Abitazioni in cohousing

 

Un’evoluzione del “programma integrato e intergenerazionale” è la tipologia in co-residenza (co-housing), un modello abitativo nato negli anni ‘70 nel nord Europa, in particolare Danimarca e Svezia, e diffuso poi negli Stati Uniti, in Canada, in Germania, Olanda, Regno Unito e, di recente, anche nel nostro paesexii.

La co-residenza consente di praticare una vita individuale in un alloggio privato godendo contestualmente dei vantaggi della vita comunitaria, grazie alla presenza nell’edificio di attrezzature per la vita collettiva e ad un sistema di gestione del quotidiano totalmente condiviso, orientato alla valorizzazione delle competenze di ciascuno, all’eco-sosteniblità e al risparmio delle risorse naturali. Una formula, quella della co-residenza, che, grazie al richiamo a stili di vita mutuati dal più tradizionale “vicinato”, consente di contrastare molti dei disagi della città contemporanea: in primo luogo la solitudine, che caratterizza soprattutto la seconda parte della vita, ma anche il disagio economico, la carenza di legami familiari, il semplice bisogno di aiuto per la presenza di figli piccoli. Sono queste le ragioni fondamentali del suo successo e della sua larga diffusione in tutto il mondo.

Condizioni essenziali perché una co-residenza sia classificata come tale, sono:

  • che sia stata concepita e realizzata sulla base di un progetto condiviso tra i futuri utenti, affinchè risponda alle loro necessità

  • che sia dotata di spazi collettivi destinati ad attività funzionali allo sviluppo di un senso di comunità e allo scambio relazionale tra i residenti

  • che sia organizzata e gestita secondo un programma di attività condivise stabilito dagli stessi residenti, votato al risparmio e alla valorizzazione delle risorse proprie

  • che tutte le decisioni siano assunte con il consenso dei partecipanti.

In Italia le esperienze di co-housing sono ancora rare: innanzi tutto per il costo di questi interventi, che non possono essere accessibili anche a fasce sociali a reddito medio-basso, nelle quali rientrano gran parte degli anziani, senza poter contare su cofinanziamenti pubblici e su aree o contenitori acquisiti a costi calmierati. In secondo luogo, perché presuppongono stili di vita e abitudini culturali votate alla condivisione di un progetto di quotidianità, cui non molte persone sono oggi disponibili. Nella nostra esperienza, il co-housing è un obiettivo che attrae molto le generazioni dei futuri anziani, che saranno prevalentemente donne, sole, senza grandi disponibilità economiche, ma con un forte desiderio di vivere attivamente la propria lunga vecchiaia.

 

 

 

Alloggio domotico assistito

 

Infine, un’ulteriore possibilità di poter avere una vita indipendente anche in condizioni di disabilità più significativa, è offerta dall’alloggio domotico assistito. Si tratta di un’abitazione inserita anche in un edificio tradizionale, ma ristrutturata per poter essere resa completamente accessibile e accessoriata con sistemi di domotica e di tecnologie assistive speciali, il cui livello di prestazione viene di volta in volta stabilito da un’equipe multidisciplinare. La persona (o le persone, nel caso si scelga di condividere l’alloggio con altri) svolge una vita indipendente, ma può essere supportata a distanza, tramite il monitoraggio tecnologico, o direttamente, tramite visite periodiche, da operatori pubblici, privati o del volontariato attivo che partecipano al progetto di assistenza personalizzato. L’alto costo di queste tipologie di alloggio ne limita ancora oggi la disponibilità a pochi contesti xiii, ma si tratta di soluzioni che possono incidere enormemente sulla riduzione della spesa sanitaria nel medio-lungo termine, poiché riducono i ricoveri istituzionalizzati: è stato infatti valutato che nell’alloggio domotico assistito la spesa a carico dell’ente pubblico è un terzo rispetto a quella dell’assistenza in una struttura sanitariaxiv.

 

Tutte le soluzioni brevemente illustrate, se collocate nel giusto contesto, possono offrire un esempio per costruire nuovi modi di “abitare”, nella prospettiva di essere partecipi e protagonisti della nostra vita, anche in vecchiaia. Una condizione che non può prescindere dalla rete relazionale e dal sistema dei servizi di supporto, senza i quali “longevità” non può che tradursi in infelice “sopravvivenza”: ecco perché l’invecchiamento attivo non è uno slogan, è una speranza per tutti noi di continuare a vivere con dignità e interesse, il più a lungo possibile.

Bibliografia

i  A. D’Innocenzo, R. Continenza, La residenza per gli anziani, Criteri di programmazione e progettazione, F. Angeli 1995

 

ii M. Corsini, Quante, quali e come sono le case in proprietà degli over 65enni, in AeA Informa n 1-2-3-4. 2008

 

 iii cfr. Guida pratica per l’abitare degli anziani, in AeA Informa n.1/2000 (a cura di E. Cattaneo e A. Marinucci) e “R. Pomposini, Prevenire le cadute in casa: linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità” e S. Marsella, Il rischio di incendio per le persone anziane: come migliorare la sicurezza nelle abitazioni, in AeA Informa n. 5-6/2008

 

iv V. Brandan, M. Borri, Vivere la terza età in Emilia Romagna: problemi procedurali e condominiali per adeguare l’alloggio e l’edificio, in AeA Informa n. 1/2012

 

v L. Sorri, Idoneità e accessibilità degli edifici per anziani a Oulu, in AeA Informa n. 5-6/2004

 

vi G. Storto, Il Bando Alloggi in affitto per gli anziani degli anni 2000: progetti sperimentali in attesa di finanziamento, in AeA informa n. 1-2-3-4/2005

 

vii F. Acerbi, L. Mazzoni, Villaggio Don Baronio a Cesena, in AeA Informa n. 2/2011

 

viii Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, I contratti di Quartiere, 2000

 

ix A. D’Innocenzo, “Politiche abitative e sociali nei Contratti di Quartiere” in “La rivista delle Politiche Sociali Ediesse editore, n. 3/2006 e A. D’Innocenzo, Il Contratto di Quartiere di Pinerolo, in AeA Informa n. 5-5/2003

 

x G. Danesi, Abitare solidale a Firenze: il cohousing dalle parole ai fatti, in AeA Informa n. 2/2011

 

xi Auser Como, Abitare insieme, un anziano, uno studente universitario. L’esperienza di Como, in AeA Informa n. 5-6/2008

 

xii cfr. Cohousing e soluzioni innovative per la terza età, AeA Informa n.2/2011

 

xiii A. Frattari, L’alloggio domotico a Rovereto, in AeA Informa n. 5-6/2005; V. Mazzucotelli, Adeguamento domotico di 4 alloggi a Trento, in AeA Informa n. 3-4/2006

 

xiv L. Malfer, Lavori in corso a Trento e Provincia: la domotica nella filiera dei servizi socio-assistenziali e M. Malavasi, L. Sciuto, La domotica è davvero utile in casa? Un bilancio sull’utilizzo e la diffusione degli aiuti domestici nell’esperienza del centro ausili di Bologna, in AeA Informa n. 5-6/2007

 

Biografia
Author: Assunta Dinnocenzo