Rileggo, dopo un po’ di anni, quanto avevo scritto a proposito del “Progetto arco della vita” presentato  nell’aprile 2010 in Chiavari presso la casa di riposo Fondazione Antonio Morando  e pubblicato su questo sito  con il titolo “La struttura come luogo di vita per ciascun individuo”.

L’articolo concludeva così: “ […] Siamo solo al primo km della maratona “Arco della vita”, il percorso è lungo e faticoso, non sappiamo quando ci sarà la prima tappa, né se esisterà mai un traguardo, ma … siamo partiti[…]”.

Mi accorgo solo ora  di essere arrivata al km 5. Ed ecco il  primo ristoro: acqua, integratori, spugnaggio. Bisogna fermarsi anche se le forze ci sorreggono:  i punti di ristoro non vanno mai saltati.

Ma cosa è successo in questi 5 km?

Siamo andati avanti piano, certamente, ma tenendo sempre a mente l’obiettivo: migliorare l’armonia di vita dei nostri vecchi e ridurre l’insorgenza di malessere psico fisico e di malattia.  Per ottenere questo è fondamentale “ promuovere la formazione di personale di assistenza geriatrica adeguata alle esigenze attuali. Credere nelle persone. Cambiare per migliorare”. Negli anni questa convinzione ne esce sempre più rafforzata.

E’ stato approvato l’ampliamento della casa per poter disporre di un locale, attrezzato sia come palestra che come luogo d’incontro culturale e ludico,  e a breve avranno  inizio i lavori.  Anche il giardino sensoriale è in dirittura d’arrivo. Questi spazi nuovi, esteticamente e funzionalmente migliori,  ci permetteranno di fare un piccolo passo avanti, supportando i  programma terapeutici e richiamando “costantemente il valore e l’inviolabilità di ogni persona, riconoscendone la dignità, sia di chi ci abita, sia di chi se ne prende cura”.

I punti di ristoro vanno rispettati, tutti, ma non ci si può soffermare troppo. La strada è molto, molto lunga e  il nostro pensiero deve rimanere lucido e precedere ogni nostro passo.

Ecco che la mia mente vola al “condominio solidale”.   Così è stato chiamato il progetto di ristrutturazione dell’immobile di proprietà della Fondazione,  situato a poca distanza dalla casa di riposo, occupato attualmente solo  da una persona di oltre 90 anni che usufruisce dell’assistenza dei servizi sociali del comune.

Il progetto prevede la realizzazione di sei appartamenti di piccole dimensioni, idonei ad anziani autosufficienti o con disabilità minime.

Già  alla partenza della maratona era chiara in me la convinzione che “le case di riposo, così come sono pensate e organizzate ( almeno nella mia regione) a fronte di costi esorbitanti e non più sostenibili, offrono risposte frammentarie e incomplete al mondo dei vecchi, sempre più variegato e superaffollato”. Figurati al km 5. E’ indispensabile mettere le mani avanti.

Il termine condominio solidale non mi simpatizza troppo, i condomini non hanno una gran bella fama.  A dire il vero non mi piace nemmeno cohousing o housing sociale.  Non vedo perché dobbiamo ricorrere sempre a termini  che non appartengono alla nostra lingua. Siamo forse privi di fantasia?

Potremmo chiamarli “appartamenti solidali”o semplicemente “appartamenti protetti”.

Pietro Bassetto è autore di un bel  articolo pubblicato recentemente sempre su questo sito dal titolo “Una casa solidale come scelta di recupero urbano” che offre spunti interessanti per le nostre riflessioni.

L’autore analizza le ragioni del perché   le esperienze di cohousing siano d’importazione da paesi nord europei e sottolinea come “[…]negli ultimi sessant’anni in Italia la proprietà della casa ed il primato del singolo privato ha avuto il sopravvento sul sociale, sul sistema di relazioni tra gli individui e ciò è avvenuto in proporzioni gigantesche rispetto agli altri paesi europei a capitalismo avanzato.Tutto questo ha conseguenze politiche evidenti […] ma ha forti conseguenze anche su un piano strettamente tecnico: patrimonio abitativo sottoutilizzato ed obsoleto, scarsa propensione ai trasferimenti ed ad introdurre migliorie, disattenzione per le parti comuni, ecc.”.

Inoltre, cita ancora Bassetto, il profilo degli anziani “si differenzia in misura sostanziale rispetto a quelli delle fasi storiche precedenti  per reddito, stato di salute e condizione abitativa;gli anziani d’oggi vivono in alloggi grandi rispetto alle loro esigenze (sono ormai famiglie ad uno o due componenti), con numerose barriere architettoniche, in discreto stato di conservazione ma con una dotazione impiantistica obsoleta, in campagna o in quartieri urbani in cui l'auto privata ha una forte predominanza.[…]”.

Insomma, siamo rimasti indietro per le ragioni più disparate, ma  è indubbio che la società deve pensare ad un cambiamento di rotta.

E allora perché non provarci? Sei  appartamenti “solidali” non sono molti, ma sono qualcosa, un inizio, un piccolo esempio.

Chiavari ne sarà orgogliosa.

Genova, 22 settembre 2013

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