Quella che voglio raccontare è una storia avvenuta già qualche anno fa, ma che sempre, quando la racconto, suscita curiosità, interesse e sorpresa. E mi interessa farla conoscere perché narra di un’esperienza, a mio parere, ricca e coinvolgente. Che può anche essere ripetuta con altri protagonisti.

I personaggi della mia storia sono tre gruppi di persone: una ventina di abitanti della Circoscrizione 4 di Modena di età diverse (tutti adulti, alcuni ancora al lavoro, altri giovani pensionati, altri decisamente più anziani); una quindicina di ospiti della struttura protetta Guicciardini; alcuni operatori insieme all’animatrice e alla direttrice della stessa struttura.

A coordinare questi gruppi per coinvolgerli in un progetto di narrazione e scrittura autobiografica: io e Ivana Palmieri, entrambe diplomate presso la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari[i] che avevamo già sperimentato laboratori sull’arte dell’autobiografia con adulti, raccogliendo consensi e soddisfazioni da parte dei partecipanti in una prospettiva di educazione permanente e di socializzazione. Ma era la prima volta che ci veniva richiesto [ii]di sperimentare un laboratorio in un contesto così particolare. Ma a noi piacevano le sfide…

Così, dopo una serie di incontri con i responsabili della Circoscrizione 4 di Modena, della Cooperativa Sociale “Gulliver” e della Casa Protetta “Guicciardini” per conoscerci, per capire i bisogni delle persone coinvolte, le aspettative dei singoli e delle istituzioni, abbiamo costituito un gruppo di lavoro tra più soggetti di un territorio che ha visto mettere in campo forze e sinergie fino a quel momento impensate, con un coinvolgimento delle persone anche su base volontaria, arrivando così a condividere gli assunti di base sui quali si è costruita l’ipotesi di lavoro: valorizzare le memorie individuali attraverso la narrazione scritta e orale che riveste di dignità ogni esistenza. Abbattere le barriere, non soltanto quelle fisiche, che separano le persone, negando a chi ha meno opportunità l’accesso al mondo circostante, ma soprattutto quelle interne, quelle psicologiche che tendono a relegare chi è vecchio e bisognoso di assistenza – come accadeadaltri gruppi di persone sofferenti o a disagio – in luoghi separati dai quali stare il più possibile lontani nell’illusione di esorcizzare uno stadio della vita che immaginiamo pieno di dolore e solitudine.

Il primo laboratorio

È iniziato così nell’ottobre del 2002 un “Laboratorio di narrazione autobiografica” che ha coinvolto in un lavoro comune gli ospiti della Casa Protetta “Guicciardini” e gli abitanti del quartiere. Il progetto era fondato sulla convinzione che il riconoscimento di sé e delle proprie emozioni avrebbe favorito la comunicazione e aiutato ad ascoltare e comprendere, e non soltanto a giudicare.

La direzione nella quale lavorare era duplice: da una parte un laboratorio di scrittura rivolto ai cittadini e alle cittadine del quartiere; dall'altra un’attività di produzione e raccolta di racconti orali degli ospiti della struttura, anche di quelli fortemente limitati nella capacità di esprimersi per iscritto. I due gruppi lavoravano separatamente, ma comuni erano gli obiettivi generali propri della metodologia autobiografica, e i temi da trattare.

Eravamo animate anche da un altro intento: stabilire un ponte tra l'interno e l'esterno della Casa Protetta. Per questo abbiamo creato tre occasioni di incontro tra gli scrittori e i narratori: il primo con la partecipazione di Margherita Ianelli (autrice di un'autobiografia[iii]premiata nel 1996 a Pieve Santo Stefano), il secondo con la visione di due filmati tratti dai “Diari della Sacher” di Nanni Moretti (ispirati a diari e memorie presenti anch'essi nell'Archivio di Pieve) e il terzo con la lettura di testi ricavati dalle attività di entrambi i gruppi.

 

Una ciliegia tira l’altra: il libro “Le memorie intrecciate”

Il progetto ha avuto negli anni seguenti ripercussioni e sviluppi inaspettati. Infatti, dopo la prima esperienza, dalla ricchezza e varietà di tutto il materiale prodotto è nata l’idea di continuare a lavorare insieme per lasciare una documentazione scritta dell’esperienza, visibile, leggibile: insomma, un libro.

A questo punto si sono davvero messe in campo le migliori energie di ciascuno. La direttrice della struttura, l’animatrice, le operatrici, i vecchi e i loro familiari, gli abitanti del quartiere hanno riletto, limato, scelto, individuato fotografie, pensato alla struttura in cui inserire i racconti, discusso della grafica. Ivana ed io abbiamo coordinato, dato indicazioni e suggerimenti, accompagnato tutti i singoli passaggi. La Cooperativa ha messo a disposizione i fondi per la stampa. Il libro Le memorie intrecciate non è dunque soltanto la documentazione di una bella esperienza, ma il frutto maturo di un lavoro dell’intelligenza e del cuore, che ha richiesto molte ore di incontri, discussioni animate, e lavoro volontario e personale da parte di tutti. È un libro che dà voce alle persone, valorizza il loro vissuto e lo rende degno di essere ricordato, mescolando le esperienze della Casa Protetta a quelle di tutta la comunità del quartiere.

È stato questo nuovo strumento che ha permesso di rinnovare anche per l’anno successivo le occasioni di incontro, aprendo le porte della Casa Protetta con iniziative mirate (Festa della donna, 25 Aprile, ad esempio), non estemporanee né provenienti dall’esterno, ma nate proprio dalla qualità e intensità dei rapporti che si erano nel frattempo creati[iv] .

 

Il secondo laboratorio: la memoria delle emozioni

La dimensione del rapporto sempre più stretto ed articolato con le persone del quartiere è emersa in tutta la sua potenzialità in un nuovo progetto, nato come naturale filiazione dal primo e realizzato nel biennio 2004-2005.

Questa volta gli obiettivi erano più ambiziosi. Da una parte c’era l’esigenza della Cooperativa sociale di passare dall’eccezionalità di una bella esperienza alla formazione del personale secondo nuove modalità di relazione, in modo da far diventare la narrazione e l’ascolto una pratica quotidianatogliendo la dimensione dell’incontro con gli esterni dalla “eccezionalità” di qualche evento particolare. Dall’altra, il gruppo degli abitanti del quartiere premeva per continuare a sperimentare questa nuova modalità di espressione del sé più autentico attraverso la scrittura e il confronto ravvicinato con gli ospiti della Casa Protetta.

Il tema scelto non era del tutto “neutro”. In un contesto di fragilità e di esposizione alle emozioni, percepite negativamente come sintomo di vecchiaia, di cedimento, abbiamo scelto di puntare non solo a promuovere emozioni, ma soprattutto a renderle dicibili, favorendo così un ascolto empatico che consentisse davvero a ciascuno di riconoscersi nell’altro attraverso la narrazione sentimentale del vissuto personale. Proprio in questo ci è sembrato consistere la cura di sé: ridare dignità, attraverso la narrazione dei propri sentimenti, ad un’esistenza vissuta spesso in condizioni materiali difficili e nell’impossibilità di esprimersi esplicitamente, sia per un’educazione familiare e sociale rivolta alla severità e al “contegno”, sia per il bisogno istintivo di difendersi dalle proprie fragilità.

Gli operatori hanno accolto il tema con favore, poiché spesso nei lavori di cura i sentimenti rimangono nascosti, trattenuti, inascoltati; l’emotività è considerata un ostacolo a mantenere quell’atteggiamento professionale distaccato, tradizionalmente ritenuto più qualificato e produttivo. Ma, come ci hanno detto in più occasioni gli operatori stessi nel corso di questa lunga esperienza, non è così. Confrontarsi ogni giorno con la fragilità umana, con l’esistenza ferita, tocca gli operatori in quanto persone che, come tutti, gioiscono e soffrono, e può fare scattare meccanismi di autodifesa. La vita emotiva degli ospiti e le ripercussioni sulla propria interiorità fanno parte della loro esperienza quotidiana; il recupero dei sentimenti e della sensibilità è quindi importante nella loro attività professionale.

Gli “esterni” hanno aderito con entusiasmo alla proposta, incoraggiati dal fatto che durante il primo anno le emozioni risvegliate dai ricordi (nei momenti più intensi di lettura dei loro scritti o durante gli incontri con gli ospiti della struttura) avevano trovato accoglienza e dicibilità, accrescendo la loro esperienza e la loro capacità autoriflessiva. Non solo. La scrittura sollecitata durante il laboratorio diventava un momento importante di autoriflessione e di riflessione condivisa sul valore che le emozioni hanno nell’incidere profondamente nella nostra psiche le esperienze fondanti della nostra esperienza di vita e il nostro apprendimento.

Il nuovo progetto – che abbiamo chiamato La memoria delle emozioni– ha coinvolto tutte le persone che già avevano partecipato all’esperienza precedente, ma ha coinvolto nuovi soggetti, tra cui, oltre alla dirigente scolastica dell’Istituto professionale “C. Cattaneo”, un regista che già lavorava in quella scuola, e alcuni studenti del gruppo teatrale. Essi hanno letto il fascicolo che raccoglieva le scritture, hanno rappresentato i racconti più significativi, curando anche le scelte scenografiche e musicali con l’aiuto delle operatrici e degli ospiti della struttura. Alla fine abbiamo realizzato uno spettacolo dal titolo I luoghi del cuore, rappresentato presso la Casa Protetta “Guicciardini” il 3 dicembre 2005 alla presenza dei familiari e di ospiti esterni, e replicato in seguito in altre strutture della città.

Poiché volevamo che di questa seconda fruttuosa e significativa esperienza rimanesse qualcosa di concreto e di visibile, in grado di generare nuove idee e nuovi progetti, abbiamo – grazie all’aiuto della Cooperativa “Gulliver”[v] e al contributo volontario di persone amiche – provveduto a tutta la documentazione scritta, fotografica e prodotto un video che riprende anche lo spettacolo teatrale.

 

… e come è finita la storia?

Il progetto, nelle sue varie articolazioni, ha suscitato molto entusiasmo, poiché chi vi ha partecipato ha scoperto qualcosa di nuovo che lo riguardava direttamente.

Le operatrici della struttura hanno compreso l’importanza dell’ascolto di sé e degli altri, e si sono rese conto che attraverso quest’attività cambiava la qualità delle relazioni con gli ospiti. Racconta l’animatrice, Maria Grazia Capuano: “Ritengo che l’approccio autobiografico sia una delle modalità più significative per mettere in relazione in modo autentico l’educatore professionale con le persone di cui si prende cura nel suo lavoro quotidiano. Lavorando a stretto contatto con gli anziani, ascoltando le loro storie e venendo a conoscenza di tanti momenti significativi della loro vita passata, abbiamo avuto modo di capirli, di apprezzarli, di riscoprire tutta la loro dignità e ricostruire la loro identità, di comprendere il perché di alcuni dei loro comportamenti attuali[vi].”

E alcune delle operatrici descrivono bene ciò di cui si sono rese conto: “è stata un’esperienza che mi ha permesso di conoscerle meglio [le donne che ho intervistato]e di farmi conoscere, di entrare più in confidenza. Ha permesso di migliorare anche il mio lavoro, il mio prendermi cura di loro. (…) dopo questa esperienza è cambiato il modo in cui si rivolgono a me, sanno bene il mio nome e ora non mi chiamano più OSA, ma Vittoria,  il fatto stesso di cercarmi e poi, quando vado a svegliarle, mi dicono sempre delle cose carine. dicono sempre delle cose carine.”;

“i loro comportamenti mi facevano arrabbiare, pensavo che non mi volevano accettare perché sono straniera e sono di colore, ma dopo questa esperienza credo che abbiano conosciuto una Ihuoma diversa (…) adesso che li conosco, che conosco qual è stata la loro vita, mi sento come una figlia (…) sì, quando B*** mi raccontava io mi sentivo sua figlia.”

I narratori (ospiti della struttura) hanno trovato nuova vitalità scoprendo di essere interessanti per altri, sentendosi riconosciuti nella propria unicità e originalità, capaci di ricreare insieme agli altri mondi e tempi scomparsi, squarci di storia, dando così un senso diverso alle loro giornate. “Raccontarsi all’altro costituisce un’affermazione della propria esistenza.”

Gli scrittori (gruppo della Circoscrizione), che nei primi incontri avevano un timore reverenziale ad usare carta e penna per esprimersi, hanno imparato a produrre pagine sempre più ricche, più coraggiose, più articolate, più consapevoli nell'elaborare i ricordi, più sicure ed efficaci sul piano espressivo, più modulate ad esprimere sentimenti e situazioni diverse; alcuni hanno intrapreso progetti di scrittura scoprendo così la straordinaria generativitàculturale e creativa della metodologia autobiografica. “Sono riuscito a scrivere cose che non immaginavo mai di mettere su un foglio di carta" ha commentato uno di loro. E per quanto riguarda l’aspetto della scrittura come “cura di sé”, una corsista ha scritto: “Questo corso mi è piaciuto molto, mi ha aiutato ad aprirmi, io che sono chiusa come un'ostrica, mi ha dato più fiducia in me stessa; sono stata bene in compagnia di tante persone diverse che mi hanno arricchito con le loro esperienze di vita”.

 

Non meno importante l'altro obiettivo di creare un ponte tra l'interno e l'esterno della Casa Protetta. Ebbene questi vecchi hanno dato una lezione di vita ai più “giovani”, a chi ha la fortuna di vivere nella propria casa, in famiglia, occupato in varie attività. Una lezione di energia, di coraggio, di volontà di comunicazione. E gli “esterni” hanno saputo vincere le loro resistenze, hanno condiviso il progetto nel suo impianto complessivo, si sono immedesimati negli ospiti della struttura come se fossero, ha detto una delle partecipanti al corso, “i nostri genitori”.

“Al momento del commiato, ho salutato ad uno ad uno i nonnini e devo dire che la cosa che mi ha colpito di più è stata la gioia che ho visto nei loro gesti, nei loro occhi, anche quando sembravano un po’ assenti, la stessa gioia che è rimbalzata dentro di me, una soddisfazione che  mi è costata così poco e mi ha dato così tanto”;

“Insieme abbiamo ascoltato musica e canzoni,abbiamo ballato, cantato e recitato poesie, consumato salatini e pasticcini, ci siamo scambiati opinioni e ricordi in modo molto spontaneo. Con la loro voglia di partecipare mi sembrava volessero dirci: ‘Anche se sono qua non autosufficiente, ci sono con i ricordi, con il cuore e con le mie emozioni’.

 

Lo spettacolo finale è stato un’occasione di pura felicità, gioia e divertimento per tutti: la dimostrazione che, se si riescono ad innescare idonee relazioni con le Istituzioni su percorsi significativi, è possibile arricchire il proprio vissuto di nuove trame e di nuovi significati. L’essersi visti con gli occhi freschi, ma attenti e sensibili dei giovani, la consapevolezza di avere sollecitato in loro, attraverso i racconti, momenti d’autentica commozione, credo si siano dimostrati elementi di cura insostituibili in una fase avanzata della vita. “Ci sono molto piaciuti i vostri racconti: scrivetene ancora” hanno detto nel saluto finale i ragazzi.

Allo spettacolo ha partecipato tra gli attori una signora dolce e delicata, Lina, che all’epoca aveva quasi ottant’anni. Lina ha frequentato il laboratorio con molta titubanza, perché, come ripeteva spesso, “Mentre penso e sto lì a ricordare, mi viene da piangere”e soprattutto perché, a suo parere “Io non so scrivere bene come gli altri… ho fatto così poca scuola….”. Quando si era presentata, aveva detto di essere nata in una famiglia di contadini, sei figli e molta miseria; perciò ha dovuto, da giovanissima, imparare il mestiere di sarta. Le sarebbe tanto piaciuto studiare, e, nel ricordare questa privazione, anche se così lontana nel tempo, le veniva da piangere.

Alla ripresa del secondo laboratorio, Lina, che si era data il ruolo di “animatrice” degli incontri nella Casa Protetta commuovendoci con la lettura di alcune belle poesie dialettali, scritte da lei negli ultimi anni, è tornata: “Quest’anno non piango più”, ha dichiarato trionfante.Così, alla fine dell’esperienza, ha deciso, per aiutare i giovani studenti che allestivano lo spettacolo finale e non riuscivano a parlare in dialetto, di recitare insieme a loro, e con loro ha condiviso il gesto scaramantico prima della rappresentazione: ha unito le sue mani a quelle dei ragazzi e ha urlato: “Merda!”.

 


[i]Per avere informazioni su questa importante Associazione culturale, una realtà unica nel suo genere in Italia, fondata nel 1998 dal giornalista Saverio Tutino e dal prof Duccio Demetrio dell’Università Bicocca di Milano, si può consultare il sito: www.lua.it

[ii]Da parte del Comitato Anziani e Orti della Circoscrizione e della Cooperativa Sociale Gulliver che gestisce la Casa Protetta

[iii]Gli zappaterra. Una vita, Baldini e Castaldi, 1997

 

[iv]Queste iniziative devono moltissimo alla generosità e alla determinazione della direttrice della struttura Francesca Mantovi che ha saputo motivare le sue operatrici in un lavoro orientato costantemente sulle coordinate del progetto iniziale, all’entusiasmo e alla capacità di costruire relazioni del responsabile del “Comitato Anziani e Orti” Umberto Maletti che da una parte ha sperimentato su di sé le potenzialità ri-creatrici della scrittura e dall’altro ha saputo immedesimarsi con rara sensibilità nella condizione degli ospiti.

[v]Il video I luoghi del cuore si può rintracciare presso la Casa Protetta “Guicciardini” di Modena.

[vi]Dalla relazione di Maria Grazia Capuano al Seminario organizzato a Modena il 20 febbraio 2004 dalla Cooperativa Sociale Gulliver dal titolo: “Nuove frontiere nell’animazione. Testimonianze, ricerca e metodo a sostegno della persona anziana”.

Biografia
Author: Anna Maria Pedretti
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