Chi  siamo

Abbiamo iniziato a incontrarci, su un’idea di Marina Piazza, che ha scritto recentemente “L’età in più” sul tema della vecchiaia, subito condivisa da Grazia Colombo,  prese dal desiderio di interrogarci sui nostri anni che passano, soprattutto evidenziando la distanza che separa il nostro desiderio o immaginazione da ciò che oggi viene offerto alle persone vecchie che non possono, o non si sentono più, di vivere da sole. Ci siamo dette: non ci tocca ancora appieno questo problema, ma dobbiamo cominciare a pensarci…

altIl gruppo si è ampliato, a partire da una sensibilità al tema, in una catena di conoscenza preesistente e varia fra noi,  con intrecci di percorsi professionali e/o amicali. Siamo donne dai 65 anni in avanti, tutte con una vita fortemente caratterizzata da una storia professionale  così come dall’aver avuto una famiglia e oggi, per la più parte di noi, dall’essere nonna.

Marina Piazzasociologa,sioccupadeipassaggid’età,soprattuttonellevitefemminili

GraziaColombo,psicosociologa, si occupa di formazione degli operatori dei servizi

Giuliana Carabelli, sociologa, ha svolto attività di ricerca e formazione in corsi rivolti alle professioni sociali

altUmberta Conti è medico

Franca Pizzini è sociologa e scrittrice

Patrizia Taccani, psicologa, svolge attività di formazione, ricerca e consulenza nell’area anziani

Luciana Viola, architetta, gestisce ora con il marito un agriturismo in Toscana.

 

 

Da dove è nata la nostra voglia di incontrarci?

Da una riflessione più in generale sulla vecchiaia (anche sulla nostra vecchiaia), cercando di allontanarci dagli stereotipi sia negativi sia positivi, e privilegiando l’idea che l’esistenza tutta, sino alla fine, sia caratterizzata da un’incessante metamorfosi.

Siamo donne in ricerca... Riteniamo non ci siano modelli cui riferirsi per l’invecchiare ma, al contrario, che i modi con cui affrontare la vecchiaia siano molteplici. Senza modelli, dunque, negli anni dei nostri  fondamentali passaggi di vita precedenti e senza modelli neppure oggi. Il terreno comune è quello dell’ambivalenza, dell’incertezza, dell’inquietudine ma anche di voler tenere in mano la nostra vita nei nostri anni.

Non è facile districarsi tra il polo positivo e il polo negativo: importante è lavorarci per intrecciarli senza rinnegarli. La vecchiaia può comportare aspetti come la possibile solitudine, il gelo interiore, il deterioramento del corpo, la sensazione che ormai i giochi siano fatti, il restringimento dello spazio, la pochezza del tempo che resta. Ci abbiamo riflettuto, spesso individualmente. Nel gruppo abbiamo riflettuto però anche sulla consapevolezza delle risorse acquisite, le esperienze e le aperture del femminismo, la gioia di incontrarsi con la nascita di una vita, la capacità di offrirsi a ciò che ti porge la vita in questa età.

Resta aperta la domanda: come intrecciare i due poli? Da Carolyn Heilbrun (la forza nasce dalla debolezza) si può trarre un’indicazione: facendosi forza della stessa debolezza. Ma si tratta di fare un lavoro: su  aspetti come questi nulla è dato.

Questo è il lavoro che abbiamo cercato di fare insieme, privilegiando la riflessione e la ricerca sugli strumenti che possano rendere la vecchiaia meno necessitata, meno tradizionale e anche meno triste, cercando nuove soluzioni che un po’ ci facessero battere il cuore di speranza, che aprissero a ipotesi di benessere, soprattutto con la determinazione di voler sfuggire all’inevitabilità di un “tanto ormai…” che la società propone.

 

Pensieri condivisi sino ad oggi...

In particolare ci siamo concentrate sulle soluzioni di una possibile vita in comune, che sfugga al binomio “vita da sola con badante” e “inserimento negli istituti previsti” (case di riposo tradizionali, RSA, ecc.).

Gli incontri sono serviti prima di tutto a esplicitare le aspettative e gli interessi di ciascuna, sulla base anche di esperienze proprie e di persone vicine. È comune l’idea di “partire da sè”, ma si differenzia il punto di approdo. Per qualcuna sembra essere più rilevante orientarsi verso soluzioni innovative dell’ “abitare in vecchiaia” per poterne eventualmente usufruire, per altre il desiderio di conoscenza sembra maggiormente orientato a individuare esperienze positive come possibili modelli per l’invecchiamento delle persone in senso lato. Nel corso degli incontri però la differenza si attenua e sembra possibile, sulla falsariga di quanto già avvenuto negli anni ’70 per i servizi (servizi per l’infanzia e consultori in primis),  individuare risposte con una validità più generale partendo da sé e dalle proprie esigenze. 

Si procede con strumenti diversi:al racconto delle conoscenze acquisite da ciascuna di noi  attraverso l’esperienza sia professionale sia personale si aggiungono letture di vario genere (saggi, articoli, atti di convegni, ricerche, letteratura), ricerche in Internet, confronto con testimoni privilegiati.

Vengono esplorate così alcune dimensioni ritenute fondamentali dal gruppo: le diverse soluzioni dell’abitare in vecchiaia; le forme di sostegno alla domiciliarità sia come servizi formali (pubblici, privato sociale, privato profit) sia come aiuto informale o semi-informale ( familiari, vicinato, rete amicale, badante); il territorio/contesto, come la città, il fuori città in luoghi “ameni”; l’aspetto temporale di un abitare continuativo o in alternanza con la propria casa; i destinatari della coabitazione in relazione al genere, solo donne o donne e uomini (partner di coppie o meno), ma anche in relazione al livello di autonomia: solo persone autonome o convivenza tra persone autonome e persone divenute parzialmente e/o totalmente non autosufficienti. Su quest’ultimo - dolente - punto ciascuna ha espresso qualche “propensione”, ma il tema è restato del tutto aperto, difficile da affrontare alla radice sia a livello emotivo sia per la scarsità di realtà abitative (a conoscenza del gruppo) che coniughino l’accoglienza iniziale  di persone autonome con la tutela successiva, divenuta necessaria per il venire meno delle capacità di autogestirsi di un “già” residente.

Successivamente si precisa un po’ meglio quello che vorremmo e quello che non vorremmo.

Vorremmo concentrarci su soluzioni abitative che prevedano di accogliere persone autosufficienti,  che siano strutture residenziali ma con le caratteristiche del co-housing, che coniughino bellezza e cultura, che siano di piccole dimensioni, dove possano essere accettati arredi personali, dove possano essere ospitati familiari,  inserite in un luogo abitato, dove vi sia senso di famigliarità, agio del vivere, agio del muoversi. Insomma, vorremmo una struttura residenziale – e quindi dotata di servizi anche propri -  che abbia le caratteristiche del co-housing.

Siamo perfettamente consapevoli che le nostre esigenze sono molto lontane da quello che ci offre l’esistente, tuttavia ci invitiamo a cercarle, anche se sappiamo che la ricerca non sarà facile: si è per lo più imposta infatti in Italia la cultura della domiciliarità, sulle spalle dei familiari (dove ci sono) con o senza l’appoggio di una  “badante”,  o in convivenza con la “badante” per chi è solo.

 

Risultati della ricerca sino ad oggi… 

Tra un incontro e l’altro ciascuna ha lavorato in autonomia  producendo una prima bibliografia e dei materiali di ricerca (orali e/o scritti) su una serie di realizzazioni molto diverse tra loro: una casa di accoglienza temporanea; le piccole residenze per anziani in Val d’Aosta che si sono trasformate in residenze per non autosufficienti, ecc. Vengono anche evocati esempi di altri Paesi (Francia, Olanda ecc.): si trovano spunti, ma non si riescono a reperire analisi dettagliate che facciano emergere, magari in un solo caso, la “piccola unità abitativa” per persone autonome che coniughi tutti gli elementi poco sopra descritti.

Abbiamo trovato certamente esempi di innovazione nelle strutture residenziali. Nel  settore pubblico, ad esempio, “La Pelucca” a Sesto San Giovanni (Mi), che sta lavorando su vari progetti: nuovi mini alloggi realizzati nella villa della sede storica, con i criteri più aggiornati; trasformazione di una ex-scuola, in centro, in “corte solidale” con alloggi per anziani e per privati e, al pianterreno, con poliambulatori riservati alla terza età aperti alla città.Nel settore privato: l’azienda francese Nexit, Segesta. Oppure case piccole sorte per iniziativa di qualcuna (ad es. Fiorella Cagnoni a Lecce e a Milano).

E ancora, esempi di privato sociale che si incontra con le istituzioni (comuni e cooperative), tentando di fare esperienze innovative (mini-alloggi con reti di servizi a supporto). Esempi sono rintracciabili in Veneto, a Reggio Emilia e nell’area milanese: a Sesto, la cooperativa “La Benefica” a Novate, la cooperativa “Abitare” a Niguarda (da coop. di abitazione a programmi sociali, con ipotesi di lavoro che  potrebbero rappresentare una novità nel sistema di welfare per anziani), mini appartamenti per anziani a Bollate, ecc.

Inoltre, esempi di case residenziali piccole e privateCasa Marini a Spoleto, solo per donne, situata a cinque minuti dal centro con giardino e vari servizi; Casa Ferroni a Bologna, in centro, antica villa con giardino, stanze singole con bagno, possibilità di portare i propri mobili. A Perugia, in zona periferica, un residence, con servizi comuni a disposizione, aperti anche all’esterno.

Da ultimo, abbiamo individuato qualche esempio di co-housing nelle città diVienna, Ferrara e Bologna.

 

A che punto siamo

Ci siamo rese conto di quanto la ricerca si presenti complessa.

Per la soggettività del metodo con cui ciascuna ha lavorato nel ricercare. Anche se riconosciamo la ricchezza del percorso fatto e delle acquisizioni condivise, abbiamo la sensazione di navigare un po’ nel disordine. Come darci un metodo più preciso?

Per il tempo che implica avvicinare effettivamente le soluzioni abitative individuate (e da individuare) per capire davvero se corrispondono all’immagine che  ci siamo fatte attraverso i canali d’informazione usati.

Perché si presenta difficile – ancor più difficile del previsto - reperire quanto cerchiamo. Quello che  man mano è emerso chiaramente nel gruppo è che la ricerca dovrebbe concentrarsi solo sulle soluzioni che rispondano alle nostre esigenze, quali ci appaiono ora, con la fatica di prevedere cosa possa cambiare con l’andare degli anni. Proprio questo risulta problematico. La motivazione rimane, ma a tratti ci domandiamo se il compito è possibile.

A fine marzo un fatto nuovo: il momento vivace e  ricco di spunti nato dall’incontro con Lidia Goldoni che, oltre a fornirci un ricco bagaglio di nuove informazioni, ci ha aperto la possibilità di far conoscere il nostro percorso  tramite il suo sito www.perlungavita.it .

Siamo qui, sul sito, per questo.

Una volta detto chi siamo e che cosa vorremmo trovare, siamo interessate al confronto sulle nostre idee più generali e desiderose di  ricevere indicazioni concrete su quanto stiamo cercando, ben liete di ricevere precisazioni su eventuali nostre inesattezze e contando anche su nuovi contributi. Non metteremo certo da parte piste di ricerca ancor che vaghe, visto che, in qualche modo, abbiamo maturato l’idea che proprio di aprire piste nuove si tratta.  Farlo con altri ci sarà di grande aiuto. Grazie  sin da ora a tutti quelli che vorranno offrircelo.

NB. Per ragioni tecniche siamo riusciti a riportare solo nome e curriculum di tre componenti il gruppo, perche presenti nel nostro  archivio. L'articolo è frutto di un'elaborazione collettiva (NdR)

 

 

 

Biografia
Author: Marina Piazza
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