Il presente contributo affronta in sei punti altrettanti interrogativi che concernono la questione anziani: la sua rilevanza nel Paese, l’innesco di un processo di invecchiamento, l’immaginario collettivo sull’anziano, la connessione tra visione dell’anziano e offerta di servizi disponibili, il volontariato pro-anziani - dimensione e caratteristiche operative - fino a rilevare le più attuali aspirazioni degli anziani nella nostra società.

I. Il fenomeno della senilizzazione della popolazione è inarrestabile?Sì, se si considera che dal censimento 1951 al 2011 è più che raddoppiata l'incidenza della popolazione con 65 o più anni sul totale dei residenti in Italia: dall'8,2% al 20,3%, raggiungendo una popolazione di 12 milioni 302 mila persone, due milioni in più della popolazione con meno di 16 anni. A questo contribuisce, infatti, la diminuzione della natalità e della mortalità. Negli ultimi 10 anni la crescita più cospicua ha riguardato gli ultra75enni (+30,8%, poco meno di 1 italiano su 10) o della «quarta età», a cui si guarda con attenzione per una serie di dati di rilevanza geriatrica perché al di sopra di questa età aumenta significativamente il rischio rispetto alle malattie croniche e alla non autosufficienza.

II. Quando una persona avverte di essere “vecchia”?I momenti/fattori che gli stessi anziani indicano come svolta verso la vecchiaia o come innesco di un processo di invecchiamento coincidono con eventi patologici precisi o con l’esperienza della perdita: perdita della propria efficienza fisica (esiti invalidanti di malattie), degli affetti familiari (soprattutto eventi luttuosi come la morte del coniuge) o del ruolo professionale; in quest’ultimo caso il soggetto deprivato della propria posizione e funzione sociale, viene catapultato in una situazione diversa, avvertita come negativa, penalizzante, regressiva.

III. Anziano: costo o risorsa, problema o potenzialità?Una delle più grandi conquiste sociali di questi tempi, l'aumento dell’aspettativa di vita dell'uomo, tende ad essere percepita come un problema: lo attestano le cronache, le inchieste e anche i dibattiti di politica sociale e sanitaria. Infatti, le «immagini» sociali dell'anziano sembrano connotarlo prevalentemente in negativo come improduttivo, fragile se non malato, a rischio di povertà, inutile, superato (culturalmente), ai margini[i]. Così l'attenzione si focalizza prevalentemente sui costied i rischi della specifica condizione, mentre appare meno incisiva la valutazione delle risorsee delle potenzialitàdegli anziani. Recenti indagini rivelano invece che una persona oggi arriva all’età anziana con più anni da vivere, con più salute[ii], più risorse materiali, più istruzione (prima generazione di anziani con titolo di studio superiore alla quinta elementare), più voglia di vivere e di fare in virtù di un atteggiamento positivo nei confronti della vita quotidiana. Lo attesta anche la recente “scoperta” che sempre più le persone della terza età hanno una vita sessuale attiva, mentre cresce il numero di matrimoni tra/di persone anziane. Lo stereotipo del vecchietto povero e depresso, colpito dagli acciacchi, afflitto da debolezza e solitudine riguarda tuttalpiù una quota di ‘vecchi’ (la ‘quarta età’), ovvero di persone al di sopra dei 75 anni se hanno compromesso la loro autosufficienza. In generale gli anziani con meno di 80 anni, non rinunciano al telefonino, vanno in palestra o fanno attività fisica regolare, apprezzano il computer, e per la loro propensione al risparmio e all’investimento e sono diventati un targetmolto studiato dal marketing. Essi inoltre sono sempre più in grado anche di autoorganizzarsi e di partecipare, di fare volontariato o vita associativa condividendo attività e obiettivi con altri anziani, e quindi di passare “dalla nostalgia alla curiosità, dalla stabilità al cambiamento, dal fatalismo al progetto”[iii]. Una sorta di espansione consapevole e, probabilmente anche più gratificante, della condizione adulta.

IV. Che rapporto vi è tra la visione della vecchiaia e i servizi per gli anziani?Il rapporto tra anziani e servizi appare ancora problematico e origina da visioni parziali ed errate della biologia dell'invecchiamento. C'è chi ritiene la vecchiaia un processo immodificabile, determinato e del tutto involutivo. In questo immaginario dipendenza e invalidità sono conseguenze e sintomi della loro esclusione sociale. I servizi che nascono da questa visione sono di tipo contenitivo e assistenziale e forniscono un intervento anche illimitato nel tempo, ma sempre uguale e al minor costo possibile, dal momento che non si attendono risultati. Non serve quindi valutare individualmente i bisogni e costruire i relativi piani di intervento, poiché non vi sono obiettivi da raggiungere.

All'opposto, vi è chi ritiene la vecchiaia una realtà inevitabile ma modificabile, che non comporta soltanto processi di involuzione, ma anche  processi positivi, di compenso attivo alle perdite che l'età provoca nell'organismo. L'anziano, in questa prospettiva, può essere «guidato» ad una migliore realizzazione da comportamenti più salutari. Ciò porta a costruire servizi ad alto contenuto educativo, riabilitativo o addirittura preventivo, da cui ci si aspetta un importante guadagno in autosufficienza e salute che giustifica le risorse impiegate[iv]. È quindi necessario formulare obiettivi, piani di lavoro, fare valutazione in servizi dinamici, duttili, intensivi dove è prioritario e irrinunciabile un discorso di qualità. Si tratta di «inventare» un nuovo modo di affrontare questo fenomeno e di differenziare quanto più possibile le risposte in rapporto alle variegate strutture di bisogno dei diversi gruppi di anziani.

Gli obiettivi di una politica pro-anziani dovrebbe conseguire tre obiettivi:

·     elevare la qualità della vita per «aggiungere vita agli anni» e mantenere il più a lungo possibile l'autosufficienza attraverso un’ampia fruizione di opportunità formative, culturali, ludico-ricreative, del turismo sociale, dello sport;

·     fronteggiare precocemente i bisogni degli anziani che altrimenti generano situazioni di povertà composite e patologie conclamate che possono richiedere l’allontanamento dall’ambiente consueto di vita e determinano un maggior costo per tutti. Ciò significa facilitare l'accesso ai servizi, spesso ostacolato da disinformazione circa le prestazioni socio-assistenziali e sanitarie; queste ultime dovrebbero essere realizzate nell’ottica della “medicina d’iniziativa”, che va incontro al bisogno senza aspettare che l’anziano con problemi di salute o a rischio di cronicizzazione arrivi al servizio;

·     favorire le iniziative degli anziani nei gruppi di volontariato e nell’associazionismo di promozione sociale, quali ambiti che attivano la socializzazione, la partecipazione e l’acquisizione di competenze.

Rimane esteso anche il coinvolgimento degli anziani nell’accudimento di nipoti e a supporto delle famiglie dei loro figli, da cui ricevono poi essi stessi un aiuto in caso di bisogno, realizzandosi uno scambio intergenerazionale che è anche uno scambio emotivo positivamente stimolante per tutti i membri della famiglia, oltre ad incidere sui bilanci familiari. Si calcola (ISTAT 2010) che il 78% degli anziani con nipoti se ne prende cura con regolarità o qualche volta; in totale circa il 40% dei bambini fino ai 13 anni è affidato ai propri nonni.

V. Che caratteristiche hanno le organizzazioni di volontariato (OdV) pro-anziani?Nell’excursusdelle rilevazioni condotte da FIVOL e da Fondazione Roma-Terzo Settore si rileva che le organizzazioni di volontariato che si prendono in carico gli anziani, autosufficienti o non, con diversa priorità  sono tre su dieci; due su dieci in modo esclusivo o prioritario.

Una prima caratteristica distintiva del volontariato per gli anziani riguarda l’anagrafe di chi se ne occupa: i volontari attivi a favore degli anziani sono prevalentemente altri anziani, vale a dire che la risorsa umana prima per gli anziani è ad essi omologa dal punto di vista generazionale. Specularmente, si evince che i giovani tendono ad occuparsi di più di minori e di coetanei configurando un rapporto di mutua assistenza intragenerazionale.  Le donne anziane sono le più attive volontarie a beneficio di altri anziani riproponendo quel modello di “cura” che vede la donna protagonista anche al di fuori del proprio ambito familiare, peraltro sempre più ridotto.

Una seconda caratteristicapalese del volontariato organizzato a favore della terza età risiede nella sua eterogenea estrazione: dalle unità che rivelano un legame con le strutture della Chiesa e quindi di ispirazione marcatamente cristiana - una quota non marginale di questi gruppi nasce in seno alle Parrocchie o Caritas parrocchiali - all’universo dei gruppi origine sindacale (AUSER, ANTEAS e ADA) o categoriale fino a quello che si organizza intorno ai centri sociali per attività di socializzazione, a base ludico-ricreativa-sportiva-occupazionale (sul modello di ANCeSCAO e UISP), per lo più autogestita. Sul versante della promozione sociale, ma con impegno volontario pressoché prevalente, vi è poi quel segmento di organizzazioni che si fanno carico dell’educazione continua o permanente degli anziani attraverso attività culturali ed educative (UNI.TRE, UPTER). Vi è una tendenza generale a realizzare una pluralità di attività a beneficio degli anziani, di assistenza materiale[v] e di sostegno e al tempo stesso ricreative, culturali, sportive, di educazione alla salute etc.... con una visione complessiva dei bisogni dell’anziano.

Una terza caratteristicadel segmento di volontariato per gli anziani è dato da ciò che queste OdV realizzano: è un impegno fortemente orientato ad interventi di welfare leggero, basato su prestazioni socio-assistenziali ad ampio spettro. Tra le più frequenti vi sono: visite in case di riposo, ospedali o a domicilio, trasporto e accompagnamento, assistenza morale, ascolto e sostegno economico nei centri sociali. Per lo più si tratta di un sostegno alla vita relazionale o di piccoli aiuti pratici per sopperire ai deficitdi funzionalità o di risorse proprie. Proprio per la propensione a farsi carico di questi bisogni le organizzazioni non trascurano affatto gli anziani non autosufficienti. Così come l’anziano beneficiario di queste organizzazioni in non pochi casi è malato e talvolta anche povero. La loro azione di servizio e di advocacynegli ultimi anni ha acquisito una maggiore consapevolezza politica con la possibilità di partecipare ai Tavoli della programmazione e coprogettazione e svolgendo una funzione valutativa rispetto ai servizi di cui gli anziani  usufruiscono, aiutandoli anche ad esprimere il loro grado di soddisfazione e di “qualità percepita”.

Dal punto di vista descrittivo queste OdV rivelano la più equilibrata presenza nel tempo (da prima degli anni ’70 al primo decennio del 2000) e rivelano negli ultimi 20 anni un impulso superiore a quello medio in relazione alla tendenziale senilizzazione della popolazione nazionale. Questo segmento del volontariato rivela inoltre un radicamento localistico, operando sul territorio più circoscritto del quartiere o della parrocchia, con immediata capacità di conoscenza e di risposta ai problemi. Esse dispongono in misura superiore di volontari (numero medio) e di ore di volontariato (complessive e pro-capite) e possono contare sulla presenza di operatori remunerati in misura non inferiore al dato medio complessivo

Non si notano invece differenze significative rispetto alle altre organizzazioni per quanto concerne il rapporto con gli Enti Locali e i servizi pubblici, così come per quanto concerne l’iscrizione ai Registri regionali del volontariato. Proprio perché opera peculiarmente nell’ambito socio-assistenziale questo volontariato non può trascurare il rapporto con il referente pubblico della propria utenza, da sollecitare e da integrare con prestazioni complementari capaci di aggiungere umanizzazione e relazionalità. Rappresenta per lo più il volontariato più tradizionale,  quello che opera per lenire disagio e compensare deficitdella persona o per favorire momenti di vita relazionale, di socializzazione, di intrattenimento e svago. Tuttavia risponde ai bisogni tipici e più acuti degli anziani rispondendo ai quali si fa reale prevenzione rispetto alla perdita di interessi, di motivazioni, di qualità della vita e quindi via via di funzioni attive e di competenze sociali verso la non autosufficienza o l’abbandono.

Infine l’aspetto motivazionale dei volontari su base generazionale. Se i giovani vedono nel volontariato un modo per esprimersi, fare un’esperienza formativa e di senso e gli adulti un'occasione per realizzare dei risultati (movente strumentale) e per restituire un po’ di quanto ottenuto dalla vita, per gli anziani é un modo per sentirsi utili ("attivi") e per vivere in coerenza con i propri valori morali o la propria fede e, magari, per ripagare in qualche modo e in anticipo il debito sociale che potrebbe conseguire al loro bisogno.

VI. Quali sono le aspirazioni degli anziani nel contesto attuale?Attualmente l’attenzione degli anziani si concentra nelle attività del tempo libero costruttivo[vi], nel recuperare competenze (ad esempio, una lingua a lungo rincorsa nelle età precedenti), interessi, hobby che non hanno potuto coltivare nell’epoca della loro vita attiva. Non a caso vengono alimentate iniziative in ambito ricreativo rivisitando l’ottica che aveva animato i tradizionali “Centri anziani” riscoprendone anche la valenza culturale, così come si moltiplicano le Università della Terza età (circa 500 corsi nel nostro Paese). L’obiettivo di tali iniziative è una più netta caratterizzazione dell’anziano come attore sociale, soggetto, in altri termini, capace di rinnovare interessi e costruire da protagonista nuovi processi relazionali e comunicativi. Interessante è, ad esempio, la diffusa domanda-offerta di alfabetizzazione telematica degli anziani che diventano così sempre meno “analogici” e più “digitali”. Tali corsi di alfabetizzazione informatica li abilitano sia a navigare in Internet, acquisire informazioni in tempo reale, scrivere e pubblicare, scambiare, vivere la vita dei social network, sia ad avere la possibilità di evitare inutili file alle poste, in banca o in uffici pubblici o privati potendo compiere una serie di operazioni online, magari usufruendo degli “internet point” messi a disposizione di associazioni ed enti locali. Il “valore aggiunto” di tale processo di acquisizione di una cultura telematica consiste nell’incontro e nello scambio con le giovani generazioni.

In conclusione la sfida maggiore che si presenta oggi alle nostra società è la riduzione del divario esistente tra aspettativa di vita totale e aspettativa di vita attiva,  priva di disabilità. Si tratta di attivare reti di solidarietà sul territorio che abbiano come riferimento gli anziani in quanto “soggetti attivi protagonisti” - non “oggetto” di interventi di tipo assistenziale e riparatorio - e di far sperimentare loro processi esistenziali di significatività comunitaria in modo da contrastare la mancanza di ruolo e di relazionee quindi la “non autosufficienza sociale” e la povertà relazionale e al tempo stesso, renderli cittadini pienamente inseriti e partecipi del tempo presente. Non è un caso che le principali sigle del volontariato degli anziani invochino una legge quadro sull’invecchiamento attivo, che riconosca l’impegno sociale e civile nel volontariato e nell’associazionismo di promozione sociale in cui l’anziano è, in modo esponenziale, “risorsa” vitale e non residuale della società.

 

 

 

 


[i] Paradossalmente tale “immagine” non è così pervasiva dato che ai massimi livelli di potere, istituzionale e non, prevale la classe anagrafica anziana e il ricambio generazionale è un processo piuttosto vischioso nel nostro Paese.

[ii]Secondo l’ultima indagine Multiscopo ISTAT 1 anziano su 2 dichiara di essere almeno “abbastanza soddisfatto” della propria condizione di salute.

[iii]Finzidi Demoskopea, 2002.

[iv]E’ questo l’obiettivo del “Libro bianco 2012 La salute dell’anziano e l’invecchiamento in buona salute: stato di salute, opportunità e qualità dell’assistenza nelle regioni italiane” redatto dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle regioni italiane dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

[v]Ben 8 milioni di pensionati vivono con meno di 1.000 euro al mese.

[vi] Non manca nemmeno chi rimane nel circuito lavorativo anche nella terza età; l'indagine Censis-Salute La Repubblica del 2010 ha permesso di evidenziare che quasi il 16% degli anziani svolge un'attività lavorativa, prevalentemente in proprio, e che si tratta in netta maggioranza di anziani di sesso maschile e con più elevato titolo di studio.