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Il decreto legge che prevede ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria (decreto legge 13 agosto, n. 138)

 sicuramente sarà modificato nel suo iter parlamentare, ma il senso generale del provvedimento è molto probabile che rimanga lo stesso e confermi le scelte e gli indirizzi del decreto di luglio e dei precedenti provvedimenti finanziari.

Ogni legge, ogni programma ha un sistema di obiettivi e un suo target, un settore della popolazione sul quale le misure previste avranno gli impatti più rilevanti. La manovra finanziaria di agosto e quelle che l’hanno preceduta nei mesi scorsi ricadono prevalentemente sulle famiglie dei ceti medi e dei cosiddetti ceti popolari, ne accrescono notevolmente l’insicurezza, la precarietà delle loro condizioni di vita. Non si tratta di un impoverimento drammatico, ma di una ulteriore diminuzione delle risorse di cui esse dispongono, di una riduzione progressiva delle certezze economiche, lavorative e relazionali che crea una crescente fatica a vivere stili di vita e di consumo oramai acquisiti. Non è detto che i provvedimenti incrementino l’esclusione sociale o l’incidenza delle povertà. Ciò che invece sicuramente producono sono dei sensibili impoverimenti dei ceti medi e dei ceti popolari e una maggiore precarietà delle loro condizioni di vita.

La prima insicurezza riguarda il reddito. La crisi è ricaduta in buona misura su questi ceti sociali e nella gestione politica della crisi non c’è stato alcun atteggiamento protettivo nei loro confronti (non si individua una fascia protettiva esente o un calcolo progressivo in base al reddito) a differenza di quanto è stato fatto per altre aree sociali, quelli con livelli di reddito più elevato, con patrimoni, o, per esempio, con carriere politiche stabilizzate.

Sono molte le disposizioni che avranno un impatto convergente sulle condizioni lavorative e familiari dei ceti medi e dei ceti popolari, che peggiorano sensibilmente il loro livello di reddito, le loro condizioni contrattuali, rendono ancora più difficile il lavoro di cura, conciliare esigenze lavorative con la vita familiare: la soppressione di festività lavorative, l’introduzione di una contrattazione aziendale che rende possibile i licenziamenti senza giusta causa, l’aumento dell’età pensionabile e la modifica del calcolo della pensione escludendo gli incarichi ottenuti da meno tre anni, l’incremento della possibilità di mobilità territoriale del lavoratore, la posticipazione del pagamento del trattamento di fine rapporto, il blocco di rinnovi contrattuali, la tredicesima mensilità come diritto condizionato ai risultati aziendali, il maggior carico fiscale sulle bollette elettriche, petrolifere, del gas e delle rinnovabili. La tredicesima, in particolare, svolge una funzione compensativa rispetto agli squilibri finanziari che possono essersi verificati nei mesi precedenti o di risparmio annuale, consente di fronteggiare spese straordinarie o il pagamento del mutuo. La sua condizionabilità ha un forte valore simbolico, ci rende consapevoli che ogni istituto può essere messo in discussione, che non c’è nulla di stabile e sicuro.

Una seconda insicurezza è riferibile alle prestazioni di welfare, non solo quelle assicurate dei Comuni e dalle Regioni attraverso la rete locale dei servizi, ma anche quelle assicurate dallo Stato – le indennità di accompagnamento, di invalidità, gli assegni sociali – che si presentano come diritti acquisiti, parte costitutiva del complessivo reddito familiare.

Il decreto di agosto aggrava le disposizioni della manovra di luglio, prevede la riduzione delle risorse trasferite ai Comuni e alla Regioni e questa riduzione avrà inevitabilmente un impatto molto forte sulla rete dei servizi sociali territoriali. E certamente le Regioni non potranno contare sui trasferimenti nazionali. Il recente decreto di ripartizione del Fondo delle politiche sociali per l’anno 2011 impegna poco più di 218 milioni e attribuisce a Regioni come la Valle d’Aosta 517 mila euro per organizzare i servizi sociali nel loro territorio, al Molise un milione e mezzo di euro.

Il decreto di agosto anticipa, altresì, le scadenze previste dal provvedimento finanziario del luglio scorso. Come è noto dal riordino del sistema fiscale e del sistema definito assistenziale, il Governo intende recuperare almeno 4 miliardi nel 2012, 16 miliardi nel 2013. Questo risultato potrà essere perseguito in due modi:

-          con l’approvazione del disegno di legge previsto dalla manovra finanziaria del luglio scorso che attribuisce al Governo ladelega per la riforma fiscale e assistenziale e dei decreti di riordino previsti;

-          oppure, nel caso non siano approvati la delega e i decreti previsti, attraverso un taglio lineare del 5% delle agevolazioni fiscali nel 2012 e del 20% nel 2013.

L’uno e l’altro percorso attuativo costituiscono un pesante attacco alle condizioni di vita delle persone, alla 328 e al sistema dei servizi sociali. La prevista legge delega intende incidere profondamente nel sistema di welfare, fin dai principi e dagli orientamenti su cui si fonda: non si parla più, come prevedeva la 328, di un sistema integrato di interventi e servizi sociali rivolti a tutti, a carattere di universalità, di interventi volti a garantire la qualità della vita e i diritti di cittadinanza, ma “di servizi socio-assistenziali finalizzati alla riqualificazione delle prestazioni socio assistenziali in favore dei soggettiautenticamente bisognosi” (art. 10, comma 1). In questo progetto di riduzione delle prestazioni di welfare scompare, ovviamente, ogni riferimento ai livelli essenziali di assistenza, ai servizi e agli interventi che devono essere garantiti obbligatoriamente su tutto il territorio nazionale.

La carta acquisti diventa lo strumento per il contrasto della povertà, senza una previsione di maggiore spesa. Anzi, lo scopo è di “integrare le risorse pubbliche con la diffusa raccolta di erogazioni e benefici a carattere liberale”. La social card non è considerata una modalità di intervento della rete dei servizi e degli operatori sociali, non è parte di un progetto di aiuto, ma uno strumento la cui gestione è “affidata alle organizzazioni non profittevoli e alle loro reti relazionali”.

Nell’ambito di questa prospettiva di riduzione della spesa, s’intende riordinare i criteri di accesso alle prestazioni di invalidità e di reversibilità. La legge delega prevede l’istituzione di un fondo per l’indennità sussidiaria alla non-autosufficienza, ma non si comprende se tale indennità sussidiaria sarà integrativa dell’indennità di accompagnamento oppure se la sostituirà.

Se i vari decreti di riordino non saranno approvati si procederà ad una riduzione lineare delle agevolazioni fiscali. Si tratta delle più comuni detrazioni e deduzioni di cuitutti i contribuentisi avvalgono al momento della denuncia dei redditi (farmaci, mutui, spese mediche). Tutte poste sullo stesso piano, senza alcuna distinzione, senza valutazioni di merito, dalle ristrutturazioni edilizie, all’acquisto dell’auto, all’infermiere pagato per assistere un bambino disabile.

 

Il susseguirsi delle manovre finanziarie incide profondamente sulle condizioni di vita delle famiglie italiane, incrementandone l’insicurezza lavorativa, la volatilità dei redditi che percepiscono, le protezioni sulle quali possono contare. Se utilizziamo la distinzione di Robert Castel (2004), possiamo dire che dopo anni in cui l’enfasi è stata attribuita alle insicurezze civili (la sicurezza dei beni e delle persone, la crescente criminalità) ora diventano centrali nella esperienza delle persone le insicurezze sociali e le possibili protezioni dal degrado delle condizioni di vita, dagli imprevisti dell’esistenza. Sono diventati meno rilevanti i rischi sanitari e ambientali, il sorgere di nuove patologie (Furedi 2006; Denney 2009). I rischi che la famiglia deve fronteggiare sono soprattutto legati al reddito e alla stabilità del lavoro.

 

1) Le varie manovre finanziarie accrescono il senso di insicurezza sociale, la precarietà, l’instabilità delle relazioni, contribuiscono a disegnare situazioni fluide, dai contorni non ben definiti, in cui tutti i soggetti sono consapevoli che le cose possono mutare, in un senso o in un altro, non sono stabilmente acquisite o stabilmente perse. Tutto può accadere, qualsiasi sicurezza sulla quale poggia una condizioni di vita (“è impossibile che mi riducono lo stipendio, è impossibile che mi venga sottratta la pensione che ricevo da anni…”): tutto, in realtà, può cambiare.

Non c’è la sensazione di appartenere a gruppi sociali che comunque saranno protetti da affrettate decisioni politiche. Le decisioni, anzi, accrescono la disuguaglianza delle posizioni sociali, non toccano le grandi ricchezze, i grandi patrimoni, in questi strati sociali c’è maggiore serenità rispetto ai possibili tagli e alle loro possibili conseguenze.

La crescente precarietà delle condizioni di vita incide pesantemente sulle famiglie di classe media che hanno perso molte sicurezze in relazione alla stabilità del lavoro e all’evoluzione negli anni del proprio reddito, e che vivono la stessa insicurezza anche in relazione agli altri sistemi di integrazione sociale, quali la famiglia e le relazioni informali, il welfare. Una precarietà che aggrava, altresì, la condizione delle famiglie dei ceti popolari che con crescenti difficoltà conservano il loro equilibrio finanziario, riescono ad evitare periodi di deprivazione più intensi (Alcock, e Siza 2009). La loro collocazione sociale rimane incerta, provvisoria - non sono poveri, ma non hanno raggiunto le maggiori sicurezze delle classi medie - vivono una mobilità sociale “limitata”, per lo più, agli strati di reddito immediatamente superiori e con spostamenti nella scala sociale sostanzialmente limitati.

Le posizioni intermedie non costituiscono più un tessuto connettivo di relazioni e di valori su cui poggia il vivere sociale, il legame tra le parti come storicamente sono state le classi medie (Bagnasco 2008).

Queste posizioni costituiscono, invece, una delle criticità più rilevanti nelle dinamiche della coesione sociale e nelle strategie di contrasto delle povertà e delle conflittualità sociali. Una recente ricerca dell’Institute for Public Policy Research di Londra rileva che le rivolte hanno coinvolto giovani provenienti da famiglie povere, monogenitoriali, che provengono dai quartieri con maggiore incidenza di povertà, disoccupazione giovanile, bassi livelli di scolarizzazione, aree nelle quali i tagli ai servizi sociali sono stati più profondi, accrescendo le condizioni di degrado e di abbandono. Ma la conflittualità e la violenza non è ricaduta in tutti gli strati sociali, si è spostata prevalentemente nelle aree vicine meno degradate, aree popolari o aree nelle quali è andato a vivere più recentemente il ceto medio impoverito.

 

 

2) Malgrado le affermazioni rassicuranti, la manovra finanziaria approvata nei giorni scorsi, la manovra di luglio e quelle precedenti, avviano un riordino profondo del sistema di welfare e riducono sensibilmente le prestazioni assicurate alla generalità della popolazione. La prospettiva che s’intende delineare è quella di un welfare leggero, in cui l’intervento pubblico si limita a tutelare una minoranza bisognosa, ritenuta residuale, che non riesce a conquistarsi autonomamente le risorse sufficienti per vivere.

In questo progetto di riordino, la stragrande parte della popolazione – quella che non è veramente “bisognosa” e non è veramente povera - è esclusa dalle prestazioni di welfare, è ritenuta capace di muoversi con autonomia e responsabilità in una società finalmente attiva, dinamica che ha sofferto l’invadenza e la pesantezza degli interventi di welfare.

Ma la riduzione dei ceti sociali beneficiari non è ritenuta sufficiente per ridurre sensibilmente le prestazioni di welfare, è necessario delineare con nettezza i confini del welfare utilizzando criteri di ordine morale e di opportunità, di rigida compatabilità finanziaria. Il riordino è costantemente accompagnato da chiari giudizi nei confronti delle persone con disabilità, dei cosiddetti invalidi che chiedono prestazioni e coperture di welfare eccessive, non sostenibili, con una ossessiva preoccupazione di distinguere fra chi merita veramente interventi pubblici di cura (pochi) e chi invece finge una condizione di disagio.

Il meccanismo è noto: “biasimare la vittima”, criminalizzare un gruppo di popolazione, per rassicurare e riconoscere i meriti dei cittadini per bene, operosi, di buona volontà e incombe come possibile giudizio morale, autolimitando e rendendo più prudente ogni richiesta di prestazione. I “cattivi” sono pochi, gli altri sono assolti; la società, se non ci fossero i primi, funzionerebbe benissimo, sarebbe molto più attiva e dinamica (Siza 2009).

La rete dei servizi, gli operatori e le loro competenze, le professioni sociali e la loro cultura della cura e dell’intervento, sembrano scomparire, diventano irrilevanti, per delineare un nuovo modello di welfare basato su alcuni principi di fondo:

-          consolidare le erogazioni monetarie come modalità quasi esclusiva di intervento nel sociale, individuando con la massima determinazione la popolazione target, facendo appello a criteri morali e, se questi non sono sufficienti, minacciare sanzioni perché i cittadini responsabili, per quanto possono, non devono gravare sulla spesa pubblica;

-          stabilire un rapporto diretto tra soggetto erogatore di trasferimenti monetari e famiglie, ridurre il ruolo della rete dei servizi e degli operatori sociali, senza appesantimenti organizzativi e mediazioni professionali che incidono sui costi del welfare e i cui risultati non sono evidenti;

-          promuovere solo pochi interventi sociali, considerati sostanzialmente come palliativi rispetto alla urgenza e alla dimensione dei problemi, ritenuti sostanzialmente secondari nell’equilibro complessivo del welfare rispetto al lavoro come sistema di inclusione sociale e al sistema di protezione della salute;

-          la social card diventa lo strumento con il quale si intende gestire la povertà più severa. È chiaramente una misura passiva, compassionevole di sostegno al reddito, non prevede alcun programma di accompagnamento per il semplice motivo che è indirizzata a famiglie e persone per le quali le misure attivanti sono normalmente improprie (gli anziani) oppure perché si ritiene che difficilmente si possa modificare una condizione di povertà che appare oramai stabilizzata e che per i veri poveri basta l’assistenza;

-          in questa prospettiva di riordino il sistema sanitario e quello delle tutele dalla disoccupazione vengono coinvolti molto parzialmente: sono mantenute le tutele e i sistemi di protezione sociale esistenti rispetto ad un mercato del lavoro che deve essere crescentemente flessibile; si consolidano le prestazioni centrali del sistema sanitario, ad alto contenuto tecnologico, riducendo spazi e risorse per interventi sulle gravi dipendenze e su altre patologie da  marginalità;

-          la società attiva delineata nel Libro bianco del Ministero diventa lo sfondo relazionale che dovrebbe rendere accettabile un welfare estremamente leggero, semplificato nei suoi campi di azione.

 

La valorizzazione delle capacità autonome delle persone e i principi di responsabilità che i provvedimenti finanziari, le dichiarazioni pubbliche e i documenti governativi costantemente richiamano, non sono considerati un compito affidato alla rete dei servizi e agli operatori, anzi incidono sull’organizzazione degli interventi e dei servizi riducendone il ruolo, la loro consistenza, la legittimità del diritto dei cittadini a ricevere una prestazione. Accrescendo le preoccupazioni delle famiglie italiane sul futuro delle propria condizione economica e sui sistemi di protezione ai quali appellarsi in tempi di crisi.

 

 

Bibliografia di riferimento

 

Alcock, P. e Siza, R. (a cura di)     Povertà diffuse e classi medie, numero monografico di «Sociologia e Politiche Sociali», n. 3.2009

Bagnasco, A. (a cura di )         Ceto medio. Perché e come occuparsene, Bologna: il Mulino.2008

Beck, U. La società del rischio. Verso una nuova modernità, Carocci: Roma.2000

Castel,       L’insicurezza sociale, Torino: Einaudi. 2003

Denney, D. (ed.)

2009        Living in Dangerous Time, Chichester: Wiley-Blackwell.

Furedi, F.

2006        Culture of Fear Revisited, London: Continuum.

Institute for Public Policy Research

2011        Exploring the relationship between riot areas and deprivation – an IPPR analysis.

http://www.ippr.org/articles/56/7857/exploring-the-relationship-between-riot-areas-and-deprivation--an-ippr-analysis.

Siza, R.

2009        Povertà provvisorie, Milano: FrancoAngeli.