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Come affrontare la complessità della cura, come valore e come comportamento, come bisogno e come offerta, come aspettativa e come diritto, come competenza e come riconoscimento?

 

Mai come ora – non dando più come scontata la cura delle donne nella dimensione familiare – ci appaiono  le contraddizioni, le criticità e le difficoltà di connessionicura delle donne nella dimensione familiare. Finalmente il tema della cura sta diventando un discorso pubblico, pur con tanta fatica.

Dice Lynn May Rivas nel libro “Donne globali”: “Come si vivrebbe in una società in cui il bisogno di accudimento e il lavoro di assistenza fossero più supportati sia materialmente che sul piano simbolico? Forse essere accuditi dagli amici non sarebbe un problema, e dall’altra parte assistere l’amico disabile non sarebbe vissuto come un peso.      Lo stato concederebbe ai disabili la facoltà di scegliere la persona più adatta. La dipendenza non sarebbe stigmatizzata. In queste condizioni assistiti e badanti potrebbero incontrarsi alla pari, costruendo un rapporto di rispetto reciproco, che trascenderebbe la mercificazione”.

Viviamo in un tempo in cui nella trasmissione di saperi prevale l’impronta cognitiva: sembra importante trasmettere conoscenze, informazioni e tecniche.

La vita di ogni giorno, insieme alla sofferenza e alla disabilità, all’avventura del crescere e di invecchiare, sembrano essere dimensioni altre, che non hanno luoghi né insegnamento, né di apprendimento: succedono e basta.

Anche nelle famiglie è così: non serve neppure parlarne, quando succederà di aver la necessità di curare qualcuno, si troverà qualche soluzione. Confidiamo in un automatismo che ci consenta di fare ciò che serve, se capiterà che serva, e tendiamo a non curarci neppure delle emozioni che la vita quotidiana continua pur a proporci.

Questo ci porta a dire che è      tempo di porre il comportamento della cura sotto una luce differente: ad esempio, anche quella di opportunità e di diritto della persona, uomo o donna, che lo compie; di gratificazione, oltre quella di peso e sacrificio; di opportunità e apprendimento per sé; di riconoscimento, oltre quella di dovere; di valore, oltre quella dell’obbligo che lo rende invisibile e forse persino inagibile.

Se parliamo di cura di persone anziane, i soggetti che ci vengono in mente – confermati in ciò anche dai dati statistici – sono soprattutto le figlie e poi le curanti a domicilio/badanti, cioè donne immigrate che riconosciamo diverse da noi, ma in grado di stare con loro. Quest’ultimo è un fenomeno che consideriamo ormai normale, in Italia. L’aumento della domanda di cura, coniugata con il desiderio di permanere il più a lungo possibile nella propria abitazione, ha incrociato l’offerta di cura di donne – provenienti da paesi prima extraeuropei e negli ultimi anni anche e poi soprattutto di paesi est europei - che pur non definendosi qualificata, essendo acquisibile ad un costo relativamente basso rispetto ad una disponibilità di tempo/lavoro estremamente ampia, ha finito col diventare una modalità di servizio complessivamente considerato adeguato dalle famiglie che, sempre più frequentemente, si trovano nella situazione di far fronte a nuovi bisogni di cura dei coniugi o dei genitori.

Sul versante dell’offerta di cura, è successo che molte donne si sono mosse dai loro paesi, lasciando dietro di sé persone da curare - i loro figli anche piccoli e spesso i genitori - alla ricerca di un guadagno alto rispetto alla loro economia, un guadagno tale che potesse far vivere meglio i parenti lasciati, ma anche forse consentire un progetto per sé in un mondo nuovo, un mondo percepito come più libero per le donne, spesso sfuggendo ad un matrimonio impossibile da reggere se non mettendoci in mezzo molta distanza. Donne che hanno ritenuto di poter mettere sul nostro mercato, in quella zona silenziosa del lavoro di cura, le loro competenze sentite come già presenti e agibili, per il solo fatto di essere donne.

In sostanza e in estrema sintesi, il disegno è parso essere questo: curare qualcuno, curarlo a casa sua in modo da avere anche un tetto per sé, guadagnare molto e spendere pochissimo, facendo ciò che già facevano a casa loro - non pagate e neanche riconosciute e valorizzate - facendo tacere per un po’ ogni altra domanda dentro di sè. Questo ha fatto sì che si trovassero da un giorno all’altro ad abitare e a lavorare in casa di qualcuno sconosciuto fino ad allora, ritenendo di portare con sé un buon modello di cura in quanto provenienti da culture in cui, si dice, c’è rispetto per gli anziani. Tutto ciò fino a che non si siano guadagnati i soldi sognati per il proprio progetto o fino a che non si realizzi la possibilità di un altro lavoro, magari più congruo con la propria preparazione o esperienza professionale maturata fin lì.

In fondo è un’ulteriore conferma che il lavoro di cura, ancora una volta, è agito come fosse qualcosa che si sa fare comunque e che tuttavia si tende a sfuggire non appena si riesca a intravedere altre strade e altri lavori, per quanto ciò richieda anni e sia un traguardo reale solo per una piccola parte delle donne immigrate.

Molti aspetti di questo attuale fenomeno ci interrogano, se non ci fermiamo banalmente al livello di “noi abbiamo bisogno di loro e loro hanno bisogno di noi”. Ci interroga soprattutto la dimensione del dirittoche rischia di confliggere se viene rapportato a ciascuno dei soggetti implicati nella relazione di cura.

Ci interroga infatti il fatto che si chieda ad altri di fare ciò che noi locali tendiamo a non fare più – né nella dimensione familiare né in quella professionale – ed anche ione familiare nè e, si trovano nella situazione di far fronte a nuovi bisogni di cura dei coniugi o dei genitori ciò che è ormai uscito dalla nostra definizione di lavoro tutelato e dignitoso, come ad esempio “rimanere in servizio” ventiquatt’ore su ventiquattro.

Ci interroga d’altra parte anche il fatto che una persona anziana, dopo anni di vita scandita da abitudini consolidate in fatto di cibo, di percorsi, di discorsi, debba trovarsi a scombinare tutto nell’ultima fase della sua vita: mangiare in un modo diverso; accettare una convivenza estranea; parlare un italiano elementare per essere, nonostante ciò, compresi a fatica. Il tutto per rimanere in quella che formalmente è ancora la propria casa, ma che spesso può assumere la dimensione di “un deserto relazionale, dove credi di bere dell’acqua che poi non è buona”, come mi ha testimoniato una signora.   

Ci interroga l’aspettativa che qualsiasi persona, solo in quanto donna, possa occuparsi di curare una persona anziana, in solitudine e in isolamento sociale, senza contatti né supporti esterni, senza essere passata da un minimo di elaborazione del confronto fra modelli di cura differenti - come succede alla quasi totalità delle donne immigrate - per lo più inoltre clandestine rispetto ai diritti di cittadinanza, in un lavoro che le rende clandestine alla vita.

Si tratta di domande cui non si può ancora tardare a dare risposta, se intendiamo mantenere la cura nella dimensione di un’attività dignitosa, che vive dell’interrelazione dei soggetti che l’agiscono e la ricevono, di attività esplicitabile nei suoi elementi costitutivi e proiettata verso la soddisfazione di bisogni che si fanno sempre più precisi, fini e ineludibili.

Per poter porre queste domande è necessario creare le condizioni di un confronto che eviti di mettere i soggetti in campo sotto la luce sinistra della vittima o   dell’investigatore. Dobbiamo riprendere in mano argomenti lasciati riposare da anni, ma sotto la cenere intravediamo carboni ardenti. Occorre metter mano alle logiche delle politiche sociali, alla solidità dei rapporti interpersonali e al valore della solidarietà, alle strategie personali, quelle della “realizzazione di sé”, dei diritti e degli obblighi verso gli altri, in una cultura sociale in cui il feticcio “libertà personale” ci consente e ci impedisce   tutto e il contrario di tutto, e dove comunque continua ad accadere che ci si senta intrappolati se curiamo un bambino che ancora non cammina e che richiede di essere preso in braccio o un anziano che è stato nostra madre o nostro padre e che adesso vediamo come un corpo insaziabile di vicinanza e di attenzioni.

 

Dai bisogni ai diritti

Consideriamo diritti di cittadinanza i bisogni e le aspettative fuoriusciti dalla sfera personale ed entrati invece nella sfera pubblica. Non possiamo più dunque nominare i bisogni delle persone che curano altre persone come fossero loro specifici personali privati bisogni, bensì dobbiamo riconoscerli e lanciarli nella società come diritti. Questo non significa che si debba creare una nuova categoria di cittadini e di utenti, né che i diritti delle persone che curano siano in contrasto con i diritti delle persone curate. Le difficoltà che s’incontrano stanno sia nel dichiarare questi diritti sia nel costruire delle coerenze nelle interrelazioni che vengono a crearsi fra i diversi soggetti che interagiscono.

Conosciamo già – dalle narrazioni biografiche e dalle ricerche – quali sono i bisogni delle persone che curano, e si tratta quindi di indirizzarci verso piste che facciano intravedere soluzioni adeguate, soprattutto nella direzione di considerare la cura un vero lavoro che, nella dimensione professionale, necessita di competenze acquisite e riconosciute, di formazione, di accompagnamento, nonché di garanzie riguardo il lavoro.

Conosciamo già, da fonti di ricerca,   quali sono le aspettative e i bisogni delle persone anziane fragili. Bisogni che stanno cambiando nel tempo, non in relazione semplicemente all’anzianità, quanto invece al tipo di vita vissuta. E’ indubbio che i sessanta-settantenni di oggi porteranno ben altre aspettative di cura rispetto agli ultraottantenni, per aver vissuto in un clima socioculturale differente.

A ciò si somma la differente percezione del rapporto che lega questi anziani ai loro figli, la qualità dell’attaccamento che hanno sviluppato. L’immaginario familiare si diversifica e ne fanno parte anche figure amicali e non   solo parentali in senso stretto. La percezione dei diritti di tutte queste figure che entrano a pieno titolo – pur svolgendo attività pratiche differenti e vivendo relazioni emozionalmente differenti – nel sistema di cura, sta cambiando, pur in quadro economico-assistenziale incerto.

Le soluzioni domiciliari e quelle   permanenti - per l’anziano non autosufficiente - incontrano la necessità di revisioni e connessioni differenti, laddove ad esempio, le aspettative di rispetto di sé e del proprio corpo, delle abitudini di vita, di stile di relazione, siano via via maggiormente e diversamente definite.  

Anche il tema della solitudine incontra la necessità di essere ridefinito, soprattutto nel senso di poter guadagnare un’accezione non unicamente negativa (singletudine).

Nello scenario che ci appare oggi e che ci sta accompagnando, non possiamo non incontrare parole che assumono   significati differenti secondo il soggetto che le porta sulla scena del diritto: riconoscimento del lavoro svolto; bisogno di sicurezza;   garanzia; accessibilità e adeguatezza di interventi di sollievo e di sostegno;   partecipazione al progetto assistenziale; informazione/formazione.