teresa bonifacio

La violenza contro gli anziani è un’odiosa piaga sociale riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come un problema in costante crescita, sottostimato, universalmente diffuso e pochissimo riconosciuto ed indagato. Difatti è stato a lungo ritenuto una questione “privata”, più che pubblica, come del resto altre forme di violenza domestica, rispetto alle quali ha però riscosso attenzione molto più tardivamente. Forse perché le voci di chi ne è vittima sono spesso persino più flebili e inascoltate di quelle di donne e bambini. Forse perché gli studiosi non sono ancora riusciti a pervenire a una definizione univoca di “violenza sugli anziani” né a dire il vero nemmeno a una definizione univoca di “anziano”, e molti degli studi condotti hanno portato a risultati che è difficile raggruppare in un database unico.

Forse perché sugli anziani nessuna società sembra, ancora, interessata ad investire, a considerarli una risorsa da tutelare. Tant’è, secondo uno studio statunitense del 2003 per quanto riguarda scienza medica e forense le conoscenze sul maltrattamento degli anziani sono in ritardo di circa tre decadi rispetto a quelle sull’abuso infantile e di almeno una decade rispetto a quella sulla violenza domestica. Ad oggi non si ravvisano purtroppo segnali che questo ritardo sia stato recuperato.

Un'altra difficoltà sul cammino verso il risanamento di questa piaga è il fatto che nella definizione di abuso, maltrattamento o violenza sugli anziani si riconducono fenomeni molto diversi, rispetto ai quali servirebbe agire in maniera anche molto diversa. Ritroviamo infatti sotto questa etichetta il caso del vecchietto circuito dalla badante, l’anziana maltrattata da qualche operatore in una casa di riposo, l’anziano raggirato da un truffatore occasionale, la suocera vessata dalla nuora, i vecchi genitori abbandonati a loro stessi dai figli. Nulla a cui sia piacevole guardare, eppure c’è persino un tabu nel tabu a cui si guarda e di cui si parla ancor meno. Non a caso, il fenomeno degli abusi sugli anziani è stato descritto per la prima volta sulle riviste scientifiche inglesi negli anni Settanta come “violenza contro le nonne”. Attenzione: nonne, non nonni. Per quanto poco se ne sappia (le stime sul numero delle vittime indicano percentuali che vanno dall’1 al 10% della popolazione anziana) un dato sembra infatti inconfutabile: stiamo parlando di donne, in larghissima misura. Ricerche canadesi rilevano che riguardano donne il 70% dei casi di abuso sugli anziani, un risultato sostanzialmente confermato anche dalle rilevazioni effettuate nel Regno Unito, che ha identificato le donne come vittime di maltrattamenti nel 67% dei casi. È vero che la composizione della popolazione anziana, man mano che l’età aumenta, diventa sempre più sbilanciata a favore delle donne, il cui numero nella fascia ultracentenaria diventa quasi pari al 100%. Ma non si tratta solo di numeri: sotto la voce “maltrattamento sugli anziani” va riconosciuto che esiste – o dovremmo meglio dire persiste – una realtà specifica di violenza di genere, occultata all’interno di una realtà già misconosciuta e spesso negata. Trascurata a volte persino da chi si occupa di violenza sulle donne. Tanto più lodevole appare perciò “Do you see her? (Tu la vedi?)”, una recente (giugno 2016) campagna di sensibilizzazione sul maltrattamento delle donne anziane realizzata da Women’s Aid, un’organizzazione no profit che si occupa proprio di donne e bambini vittime di violenza domestica. È un titolo emblematico che pone subito l’accento su uno dei principali problemi di questo specifica tipologia di violenze: non siamo abituati a riconoscerle, a “vederle”. Le immagini che accompagnano le pubblicazioni dedicate alla violenza contro le donne ritraggono quasi sempre persone giovani. Invece, come ricorda il Women’s Aid, “Ogni donna, di qualsiasi età, può essere costretta a vivere nella prigione invisibile degli abusi domestici”. Con ulteriori penalizzazioni determinate dal fatto che le donne anziane vivono spesso in condizioni di disabilità e vulnerabilità socio-economica, soffrono in misura maggiore di depressione, hanno una peggior percezione della loro salute. In sintesi, sono purtroppo la categoria a più alto rischio di abuso fra la popolazione anziana, in quanto oltre a essere esposte agli stessi rischi di maltrattamento a cui possono essere soggetti anche gli uomini, continuano anche in tarda età a essere vittime di violenza domestica.
Basta spendere anche solo pochi minuti in una ricerca su internet per scoprire quanto molto più spesso di quel che si pensi i protagonisti di relazioni abusanti sono avanti negli anni, addirittura ultraottantenni. 15 febbraio 2017: “Ha ucciso la moglie dopo una lite poi è andato dai carabinieri e si è costituito. A compiere l’uxoricidio un uomo di 83 anni, la moglie ne aveva 79. È accaduto questa mattina a La Spezia. La lite, secondo quanto appreso, sarebbe scoppiata mentre la coppia stava facendo colazione.” (La Stampa).
È solo l’ultimo, recentissimo femminicidio che ha per vittima un’anziana. Lasciando per un attimo da parte ogni sentimento e considerandolo solo un caso da conteggiare, un numero: dove metterlo? Nel novero degli abusi sugli anziani? Della violenza domestica? Entrambi? Facciamo un passo indietro e cerchiamo di chiarire un po’ di definizioni. La scienza, applicandosi come sempre con cura nelle catalogazioni, identifica molti tipi diversi di violenza: abuso fisico (dolore, danni fisici come schiaffi, ustioni, ecc.), abuso emotivo e psicologico (sopraffazione verbale, umiliazione, intimidazione, ecc.), abuso finanziario (furti, estorsioni, eredità anticipate, firme forzate), violenza medica (eccessiva somministrazione di farmaci o privazione di medicamenti necessari), violenza civica (mancanza di rispetto), violenza per omissione (assenza di assistenza quotidiana, negazione delle cibo, servizi di salute), abuso sessuale, autolesionismo. Un elenco lunghissimo, che fa davvero impressione. Eppure, per le donne non è ancora completo, perché sono vittime due volte: come anziane e come donne. “Manca un quadro preciso del fenomeno”, ammette la SIGG, Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, ancora nel novembre 2015. Tuttavia, ricerche locali specifiche forniscono risultati molto chiari: tra le donne over65 rivoltesi ai servizi sociosanitari, il 3,4% nell’ultimo anno aveva subito violenze fisiche, mentre il 6% delle donne over60 sposate risultava subire abusi psicologici da parte del marito. Se si considera la tradizione culturale italiana, le cui leggi fino al 1956 prevedevano lo jus corrigendi (la possibilità per il pater familias di usare anche la forza nell’esercitare il proprio potere educativo e correttivo), che fino al 1968 sanzionavano l’adulterio femminile ma non quello maschile, che solo nel 1981 hanno abrogato l’attenuante di pena per il “delitto d’onore” e la possibilità di estinguere, a fronte di un matrimonio riparatore, il reato di violenza sessuale, reato che solo nel 1996 è passato dall’essere un “delitto contro la moralità pubblica e il buon costume” a un “delitto contro la persona” perseguibile d’ufficio, si può benissimo comprendere come per una donna di una certa età può essere stato difficile, in passato come ancor oggi, anche solo pensare di opporsi a un coniuge violento. La scelta di rivolgersi a un centro antiviolenza, di fare una denuncia, di mostrare a qualcun altro quei “panni sporchi” che tradizione vuole si lavino solo in famiglia, per una donna anziana può essere inconcepibile. Ancor prima, l’abitudine di una vita alla violenza, una violenza che potremmo dire invecchia assieme alla donna stessa, può far sì che non venga nemmeno riconosciuta come tale. Quelle che vengono chiamate “barriere alla richiesta di aiuto” sono dunque molteplici, più numerose e talvolta persino più forti di quelle che possono incontrare le donne più giovani; includono la volontà di proteggere la famiglia, la riservatezza, la preoccupazione per l’abusante (che talvolta è la persona di cui si prendono cura), la paura di essere ridicolizzate, la considerazione per quella che spesso è sentita come la sacralità del matrimonio. Si può arrivare così a quel caso limite di abuso domestico che è l’omicidio-suicidio, un fenomeno che per lo più viene completamente frainteso e scambiato per un gesto altruistico, una sorta di pietosa eutanasia con cui uno dei due coniugi si risolve a porre fine alle sofferenze dell’altro. Le ricerche e i fatti dimostrano che questa visione, quella più spesso proposta dalle fonti di informazione, è invece del tutto scorretta. Innanzitutto la decisione è presa solo dall’autore del gesto (l’uomo, nel 93% dei casi), pianificato essenzialmente come un suicidio in cui la vittima è trascinata a sua insaputa e contro la sua volontà. Secondo alcune ricerche statunitensi, le donne vengono uccise in gran parte nel sonno o senza che abbiano modo di rendersi conto di ciò che sta succedendo; se solo riescono a capirlo, cercano di fuggire o di reagire. Solo in poco più della metà dei casi studiati inoltre erano presenti problematiche di salute, che oltretutto non sempre sono risultate essere rilevanti. Lungi dall’essere quei gesti estremi d’amore che una certa tradizione culturale preferisce vedere, si tratterebbe dunque degli esiti finali di una relazione dipendente-protettiva, simbiotica, manipolatoria, aggressiva, che si conclude drammaticamente per volontà di una sola delle parti.
In Italia, finora più manchevole di altri paesi quanto a riconoscimento e tutela giuridica specifica per gli anziani – a cui non vi sono riferimenti diretti nel Codice Civile, nemmeno per quanto riguarda l’istituto dell’amministratore di sostegno, figura che non è pensata e rivolta solo a loro – è ora al vaglio della Camera un disegno di legge che prevede delle aggravanti di pena in caso di truffe a persone over65. Una legge lodevole e necessaria che però guarda solo ad uno dei molti aspetti che può prendere l’abuso sugli anziani. C’è ancora tanto, veramente tanto lavoro da fare. Serve maggior conoscenza e consapevolezza di questi fenomeni. Serve attenzione e senso di responsabilità da parte di tutti: degli operatori, che vanno formati su queste tematiche, che vanno addestrati a riconoscere i segnali delle possibili situazioni di abuso; di tutti i professionisti che, a vario titolo, hanno modo di entrare in contatto con le persone anziane, e in modo particolare di quelli che possono avere accesso alle loro case, come medici, infermieri, fisioterapisti. Serve costruire reti sociali forti, e combattere l’isolamento che rende particolarmente facile le manipolazioni di un partner abusante. Servono, soprattutto, politiche mirate e lungimiranti di valorizzazione degli anziani, ma anche delle donne e nello specifico delle donne anziane, proprio quelle donne anziane su cui viene largamente scaricato il ruolo di ammortizzatore sociale, in sostituzione dei sempre carenti servizi pubblici. Donne che si prendono cura di se stessi ma si fanno anche carico di nipoti, di figli disoccupati, di coniugi ammalati, di familiari disabili, che provvedono a ogni tipo di necessità, dall’alimentazione al sostegno economico. Una risorsa così importante non può essere lasciata sola.

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Author: Teresa Bonifacio
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