Ho riflettuto su due strutture che dal punto di vista organizzativo hanno molti punti in comune.
Una di queste si trova in una zona periferica di Torino, l'altra in una “location” decisamente più isolata su una zona pianeggiante di un’altura di un piccolo paese a 20 km dal capoluogo piemontese.
Entrambe attuano progetti e attività all'esterno per consentire agli ospiti di non perdere il contatto con la società, ma lo sforzo per offrire un progetto inclusivo però non può essere sostenuto solo dall'organizzazione e dagli operatori ed educatori delle comunità.
La rete famigliare e amicale aiuta in questo senso, poiché anche i parenti e amici dei residenti contribuiscono, venendoli a trovare, entrando quindi in comunità loro stessi ma anche portandoli per brevi periodi a casa (soprattutto in concomitanza delle festività natalizie).
Purtroppo non tutti hanno dei famigliari o degli amici e quindi per loro viene a mancare questo importante legame.
Se l'obiettivo è raggiungere il massimo ottenibile in termini di inclusione sociale serve fare di più.
Esistono molte associazioni di volontariato che si occupano di questo, accolgono le persone disabili che provengono dalle comunità o dal loro domicilio e organizzano attività diurne.
Il lavoro svolto da queste realtà è molto importante; esse sono presenti ed operano soprattutto nelle grandi città dove il bacino d'utenza è maggiore.
La comunità che si trova a Torino nonostante sorga in una zona periferica può usufruire di queste associazioni e gli spostamenti sono facilitati anche grazie ad un servizio a pagamento di bus per disabili.
La comunità che si trova isolata sul pianoro a pochi km dal paesino non può disporre di questa risorsa, esistono solo associazioni che entrano in comunità e svolgono le loro attività all'interno della struttura.
In questo caso trovarsi in un grande centro urbano offre la possibilità di far uscire gli ospiti ma, inevitabilmente quando vanno nella sede dell'associazione automaticamente si ricreano le situazioni che si trovano nella comunità. Lasciare un luogo dove ci sono in maggioranza persone disabili per andare in un altro luogo, che ospita in prevalenza sempre persone con handicap, non è a mio avviso il modello di inclusione sociale ottimale da perseguire.
Certo che è sempre meglio che rimanere nella comunità, poiché anche vedere volti nuovi è comunque preferibile per attenuare l'effetto dell'istituzionalizzazione.
Nel piccolo centro abitato le persone si conoscono bene, e quindi anche gli ospiti della comunità sono parte integrante della vita del paese. Proprio grazie a questa situazione, dove tutti conoscono tutti, quando vengono organizzate feste ed eventi (carnevale, spettacoli, momenti conviviali, fiere) da parte delle istituzioni e della pro loco i residenti della comunità vengono sempre invitati e partecipano insieme alla popolazione che li accoglie e li include in una comunità allargata che non presenta solo persone disabili ma è eterogenea. Paradossalmente quindi in un piccolo paese è possibile sperimentare un’inclusione sociale di buon livello, senza dubbio ancora perfettibile; serve lavorarci per ottimizzare e magari creare più momenti di incontro con il loro “intorno” (ciò che li circonda, anche dal punto di vista delle relazioni umane, come da definizione dell’associazione di promozione sociale La Bottega del possibile).
Probabilmente la grande città, pur offrendo molte opportunità di tipo associativo ma spesso legato alla disabilità, è più dispersiva così che la popolazione, le istituzioni e gli enti che si occupano del territorio non hanno la possibilità e forse gli strumenti per creare un modello inclusivo più incisivo.
Spesso si è molto più soli proprio quando si è in mezzo a tanta gente, perché si diventa invisibili mescolati nella folla.
Sarebbe auspicabile una maggiore sensibilizzazione alla cultura della prossimità e dell'inclusione sociale nei confronti delle persone, aprire la comunità all'esterno rendendo partecipe la popolazione delle attività che vengono svolte, creando interazione con gli ospiti.
Questa sensibilizzazione dovrebbe essere promossa a tutti i livelli, amministrazioni pubbliche, ASL, associazioni di volontariato e ovviamente dalla struttura stessa.
Tutto questo deve essere supportato e seguito dagli operatori e dagli educatori che, in questo caso, avrebbero il compito di supervisori.
Purtroppo, a causa di una scarsa conoscenza del mondo della disabilità e della non autosufficienza- pur se animati dalle migliori intenzioni- le persone estranee alla struttura che si relazionano con gli ospiti posso incontrare difficoltà che vanno a pregiudicare il processo di inclusione, per questo motivo è secondo me importante nei momenti d'incontro il supporto degli operatori.
Un processo di inclusione che punti soprattutto sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Creare eventi come l'open day della struttura che accoglie gli ospiti potrebbe essere un momento di incontro importante e arricchente per tutti se gestito promuovendo al massimo l'inclusione e il dialogo.
Credo in fine che il luogo dove sorge una struttura per persone in difficoltà è di relativa importanza, preferibile che sia collocata nella zona dove gli ospiti hanno sempre vissuto. Quello che conta è stabilire una rete solida, duratura ed efficace con il territorio mettendo come priorità l'inclusione per evitare che la struttura divenga una comunità all'interno di una comunità più grande che è poi la cittadina sulla quale sorge.


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